{"componentChunkName":"component---src-templates-elenchi-timeline-it-jsx","path":"/it/timeline/racconti/","result":{"data":{"node":{"title":"Racconti","field_titolo_esteso":"Racconti","field_granularita":null,"field_timeline_generica":true,"body":{"processed":"<p><span><span><span><span><span>La memoria delle catastrofi non passa soltanto attraverso i documenti, le fotografie o le cronache. A volte rimane nelle pagine di un romanzo, nelle parole di un personaggio, nelle immagini evocate da uno scrittore.</span></span></span></span></span><br /><span><span><span><span><span><em>Racconti</em> raccoglie citazioni tratte da opere di narrativa che parlano di terremoti, alluvioni, eruzioni vulcaniche e altre emergenze che hanno segnato la storia del nostro Paese. Frammenti di storie che restituiscono il punto di vista di chi quegli eventi li ha vissuti, immaginati o tramandati. </span></span></span></span></span><br /><span><span><span><span><span>Ogni testo selezionato diventa occasione di ascolto e riflessione. Questa raccolta intreccia cultura, memoria e protezione civile. Perché comprendere un’emergenza significa anche saperne ascoltare i racconti.</span></span></span></span></span></p>\n"},"fields":{"slug":"/timeline/racconti/"},"relationships":{"field_riferimento_traduzione":{"fields":{"slug":"/timeline/tales/"}},"field_immagine_dettaglio":{"field_alt":"Racconti","field_didascalia":"Racconti","relationships":{"image":{"localFile":{"publicURL":"/static/cb508cb4dcf51e3c974aa83b1751de9c/racconti-evidenza.png","childImageSharp":{"fluid":{"aspectRatio":1.5027322404371584,"src":"/static/cb508cb4dcf51e3c974aa83b1751de9c/ee604/racconti-evidenza.png","srcSet":"/static/cb508cb4dcf51e3c974aa83b1751de9c/90683/racconti-evidenza.png 275w,\n/static/cb508cb4dcf51e3c974aa83b1751de9c/1c1a5/racconti-evidenza.png 550w,\n/static/cb508cb4dcf51e3c974aa83b1751de9c/ee604/racconti-evidenza.png 800w","sizes":"(max-width: 800px) 100vw, 800px"}}}}}},"field_evento_timeline":[{"field_evento_timeline_attivo":false,"body":null,"title":"Uno Scill'e Cariddi insieme, un mostro con sei teste, ciascuna con tre file di denti aguzzi, si era levato dal centro dello Stretto","field_titolo_esteso":"Uno Scill'e Cariddi insieme, un mostro con sei teste, ciascuna con tre file di denti aguzzi, si era levato dal centro dello Stretto","field_data_evento":"1908-12-01T10:07:02+01:00","relationships":{"field_link_evento_timeline":{"field_link":null,"relationships":{"field_link_interno":{"__typename":"node__page","title":"Il terremoto e il maremoto di Messina e Reggio Calabria del 1908 nel racconto di Nadia Terranova","field_titolo_esteso":"Il terremoto e il maremoto di Messina e Reggio Calabria del 1908 nel racconto di Nadia Terranova","body":{"processed":"<p><strong>Nadia Terranova, Trema la notte, Einaudi 2023</strong></p>\n<p><em><span><span><span>Un attimo prima di voltare le spalle alla notte, il mare si mosse. Una polifonia mi attraversò le orecchie, il pavimento crollò insieme ai detriti della mia casa e con loro precipitai su una catasta di rovine. Il mondo come lo avevo conosciuto finì e ogni cosa amata e odiata disparve</span></span></span></em> <span><span><span>[p.42]</span></span></span></p>\n<p><span><span><span><em><span>Il tempo di drizzare le orecchie e l'apocalisse era già iniziata. <strong>Uno Scill'e Cariddi insieme, un mostro con sei teste, ciascuna con tre file di denti aguzzi, si era levato dal centro dello Stretto</strong>, aveva agitato la sua coda di drago e con quella aveva raso al suolo la riva calabrese mentre il fragore di un tuono anomalo la faceva deflagrare</span></em><span>. [Nicola – Calabria p.43]</span></span></span></span></p>\n<p><span><span><span><em><span>Fu allora che Nicola si guardò intorno, e davvero vide ciò che era rimasto della sua vita. Del palazzo dove era nato e cresciuto, in piedi c’era solo l’arco che separava la sala da pranzo dall’ingresso, senza più muri né soffitti. Per il resto polvere, pietre, il profilo rovinoso del comò della mamma, cocci a fiori bianchi e gialli del servizio da tavola, libri schiacciati da mattoni, mobili in frantumi, schegge di specchi. Un gigante si era seduto sulla sua casa, e quella non ne aveva retto il peso</span></em><span>. [p.47]</span></span></span></span></p>\n<p><span><span><span><em><span>Alle cinque e ventuno, a Messina, città mio desiderio e meta, mia origine e scelto destino, capitale e antitesi dal paese da cui scappavo, i vivi non esistevano più. Solo i morti e i morti viventi. Caduta come un angelo peccatore, io a quale categoria appartenevo? Ammaccata ma integra, per lunghi minuti nelle orecchie ebbi l’eco di tuoni vomitati dall’abisso, negli occhi fumo e cenere, sotto il corpo una frolla di cemento e, sopra, una pioggia di caligine. Le onde che volevano mangiarmi si ritrassero. Poi il silenzio. La ragazza venuta giù assieme alla facciata del suo palazzo ero io. La ragazza portata via dalla finestra, dirupata da un misero secondo piano sopra un mucchio di macerie, aveva la mia faccia, la mia pelle</span></em><span>. [p.51]</span></span></span></span></p>\n<p><span><span><span><em><span>La città intera era una quinta teatrale, visi di palazzi persistevano nascondendo alle spalle travi divelte, soprammobili rotti, armadi e letti azzoppati; gli esterni erano lapidi dietro cui si mischiavano tumuli e ossa, come al camposanto. Messina, un corpo in agonia, sanguinava da finestre fracassate e nonostante l’epistassi non moriva, si ostinava a esistere puzzando di sconforto e letame. </span></em><span>[p.59-60]</span></span></span></span></p>\n<p><span><span><span><em><span>Quando non si sa dove andare, si torna sempre a casa. Se la casa non c’è più, si torna lo stesso</span></em><span>. [p.99]</span></span></span></span><br /><em><span><span><span>Reggio non esiste più, - disse ancora Emma, ripetendo le parole dei grandi. Nicola non voleva sentirlo. Reggio esisteva, ammaccata ma viva, distrutta ma sempre uguale. Dove c’erano case ci sarebbero state caverne, dove c’erano strade avrebbero potuto costruire sentieri: sarebbe stato semplice sopravvivere. Ventidue bambini insieme erano un popolo intero, se tutti avessero voluto, se li avessero lasciati fare.</span></span></span></em><span><span><span> [ p.104]</span></span></span></p>\n<p><span><span><span><strong><span><span>28 dicembre 1908. </span></span></strong><span><span>Una scossa di magnitudo 7.2 colpisce la Sicilia orientale e la Calabria meridionale. La scossa è seguita da un devastante maremoto che travolge le coste dello Stretto aggravando le distruzioni del terremoto e causando ulteriori vittime tra le persone scampate ai crolli.</span></span></span></span></span></p>\n","value":"<p><strong>Nadia Terranova, Trema la notte, Einaudi 2023</strong><br />\r\n<br />\r\n<em><span><span><span>Un attimo prima di voltare le spalle alla notte, il mare si mosse. Una polifonia mi attraversò le orecchie, il pavimento crollò insieme ai detriti della mia casa e con loro precipitai su una catasta di rovine. 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Le vittime furono circa duemila","field_titolo_esteso":"Secondo gli esperti, la frana sprigionò un'energia pari al doppio di quella prodotta dalla bomba atomica di Hiroshima. Le vittime furono circa duemila","field_data_evento":"1963-10-03T17:25:42+01:00","relationships":{"field_link_evento_timeline":{"field_link":null,"relationships":{"field_link_interno":{"__typename":"node__page","title":"La frana del Vajont del 1963 nel racconto di Marco Armiero ","field_titolo_esteso":"La frana del Vajont del 1963 nel racconto di Marco Armiero ","body":{"processed":"<p><strong>Marco Armiero, La tragedia del Vajont, Einaudi, 2023 </strong></p>\n<p><em>Il 9 ottobre del 1963 alle 22:39 una frana di quasi 300 milioni di metri cubi di roccia precipitò dal monte Toc nel bacino idroelettrico del Vajont. L'impatto sollevò un'onda di cinquanta milioni di metri cubi che in parte scavalcò la diga e, correndo alla velocità di 100 km/h, portò morte e distruzione nell'intera vallata. La cittadina di Longarone fu quasi completamente distrutta. <strong>Secondo gli esperti, la frana sprigionò un'energia pari al doppio di quella prodotta dalla bomba atomica di Hiroshima. Le vittime furono circa duemila.  </strong>[p. 1] </em></p>\n<p><em>Micaela si trovò risucchiata nel disastro del Vajont. Così ricordava quei momenti in un'intervista raccolta dal Comitato:<br />\n.. una folata di vento che arriva da lontano e fa sbattere le imposte, poi... un rumore sordo, fondo, la sensazione che il letto prendesse velocità, una forza spaventosa che mi prendeva alla schiena, mi piegava in due, mi schiacciava; la sensazione di essere di gomma, di allargarmi e poi restringermi, gli occhi diventati due stelle; una pressione enorme che mi tirava per i capelli, che mi risucchiava in un pozzo senza fine; mi inchiodava le braccia al corpo senza possibilità di muovermi; un gran male alla schiena giù in fondo; l'impossibilità di respirare..! Questa forza che mi teneva legata non so a cosa mi ha fatto arrabbiare! Ricordo di aver pensato: «No! non voglio lasciarmi andare!», anche se sembrava la sola cosa da fare. Ho, con tanta fatica, alzato un braccio, mi sono toccata la faccia cercando gli occhi, il naso, la bocca; mi sembrava di essere diventata sottile, schiacciata, senza spessore; ho alzato le braccia sopra la testa... cercavo qualcosa da toccare... e poi... il nero. Nero totale. </em><br /><em>Malgrado si sentisse schiacciata, quasi immobilizzata nel suo letto, Micaela fu trascinata per almeno 400 metri lontano da casa. Anche Giuseppe Sacchet venne ritrovato lontano da casa sotto le macerie, ancora adagiato sul suo materasso. Nella sua intervista sulla notte del disastro, Giuseppe trasformava quel materasso in un tappeto volante che lo aveva trasportato sulle acque del Vajont.  [p.p. 18-19] </em></p>\n<p><em>Davvero come il mostro che Michela aveva aveva immaginato sotto il suo letto, il Vajont aveva divorato le sue vittime sputandone via i resti nel fiume di fango e detriti che lasciava al suo passaggio.  [p. 20] </em></p>\n<p><em>I primi soccorritori erano sopravvissuti, gente del posto scampata alla furia delle acque, che si aggirava tra le macerie cercando di avvertire i più piccoli segnali di vita per mettere qualcuno in salvo. Tutti ricordano il silenzio surreale, il buio profondo, la sensazione di radicale estraneità a un paesaggio che pure doveva essere familiare. [p. 23]</em></p>\n<p><strong>9 ottobre 1963.</strong> Una frana di enormi dimensioni – 270 milioni di metri cubi – si stacca dal monte Toc precipitando nelle acque del bacino alpino idroelettrico del Vajont, nell'omonima valle al confine tra Friuli-Venezia Giulia e Veneto. L’impatto con l’acqua genera un’onda di circa 50 milioni di metri cubi che travolge prima Erto e Casso per poi scavalcare la grande diga e distruggere gli abitati del fondovalle veneto, tra cui Longarone. 1.917 persone perdono la vita, 400 non saranno mai ritrovate. </p>\n","value":"<p><strong>Marco Armiero,&nbsp;La tragedia del Vajont,&nbsp;Einaudi,&nbsp;2023&nbsp;</strong><br />\r\n<br />\r\n<em>Il 9 ottobre del 1963 alle 22:39 una frana di quasi 300 milioni di metri cubi di roccia precipitò dal monte Toc nel bacino idroelettrico del Vajont. 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Anzi quando il geometra si è messo a protestare: 'Qua casca tuto,' fa la telefonista imitando le invocazioni degli uomini appollaiati al fianco della diga, 'ne piove in testa la montagna', dall'altra parte una voce ‘ga dito’: caso mai ti te la vedi bruta, monta in barca.’ E allora il geometra – continua mescolando parole italiane e frasi dialettali – ‘altro che barca, qua ghe vole le ale.’” </em></p>\n<p><em>Pareva che dopo le battute scherzose tutto fosse tornato calmo, e invece qualche minuto prima di chiudere, ancora la stessa voce allarmata, proveniente dalla diga, aveva chiamato di nuovo la sede, avvertendo i carabinieri di bloccare il traffico sulla strada che portava al bacino idroelettrico. \"A ripensarci bisogna dire che le loro insistenze nascevano dal 'presentimento', prosegue abbandonandosi a un sospiro. \"La telefonata dalla diga è stata l'ultima,\" mormora accorata. \"Poi, infilato il paltò, sono uscita con mia sorella. Arrivata a casa ho udito un rombo spaventoso. Senza nemmeno riflettere, d'istinto ho preso la bambina in braccio, e seguita da mio marito sono corsa fuori! Non ho fatto in tempo a chiudere la porta, che un'ondata d'acqua ci ha sbattuto contro la casa. Ripreso fiato, vincendo la morsa del freddo, mi sono diretta subito verso il monte, aggrappandomi ai ciuffi d'erba, agli arbusti, ai tronchi degli alberi. Avevo l'incubo di venire ripresa dalla corrente, sentivo nelle ossa dei brividi, ma ho continuato a salire di corsa,<strong> e quando mi sono girata, ho visto una gran nuvola bianca sospesa sul paese</strong>. Dopo non esisteva più nulla. Sulle prime mi sembrava impossibile, credevo non fosse vero; invece quando siamo discesi c'erano in piedi soltanto quattro case, oltre la mia e il municipio. Intorno era tutto un gridare, un piangere, insomma una disperazione,\" conclude portandosi il fazzoletto agli occhi. E nel ripetere la parola \"disperazione\" allarga le braccia quasi ad abbracciare il panorama di rovine accumulate dove prima c'erano i negozi, i caffè, l'albergo, i suoi parenti e gli amici.  [pp. 43- 44]</em></p>\n<p><strong>9 ottobre 1963.</strong> Una frana di enormi dimensioni – 270 milioni di metri cubi – si stacca dal monte Toc precipitando nelle acque del bacino alpino idroelettrico del Vajont, nell'omonima valle al confine tra Friuli-Venezia Giulia e Veneto. L’impatto con l’acqua genera un’onda di circa 50 milioni di metri cubi che travolge prima Erto e Casso per poi scavalcare la grande diga e distruggere gli abitati del fondovalle veneto, tra cui Longarone. 1.917 persone perdono la vita, 400 non saranno mai ritrovate. </p>\n","value":"<p><strong>Gian Antonio Cibotto,&nbsp;Stramalora,&nbsp;La nave di Teseo,&nbsp;2023&nbsp;</strong><br />\r\n<br />\r\n<em>Erano ormai tre giorni che i tecnici chiamavano la sede centrale denunciando l'aggravarsi della situazione. Ma da Venezia la risposta era&nbsp;sempre&nbsp;la stessa: che il fenomeno era pienamente controllato. Anzi quando il geometra si è messo a protestare: 'Qua casca tuto,' fa la telefonista imitando le invocazioni degli uomini appollaiati al fianco della diga, 'ne piove in testa la montagna', dall'altra parte&nbsp;una voce ‘ga&nbsp;dito’: caso mai ti te la vedi bruta, monta in barca.’ E allora il geometra – continua&nbsp;mescolando parole italiane e frasi dialettali – ‘altro&nbsp;che barca, qua&nbsp;ghe&nbsp;vole&nbsp;le&nbsp;ale.’”&nbsp;</em><br />\r\n<br />\r\n<em>Pareva che dopo le battute scherzose tutto fosse tornato calmo, e invece qualche minuto prima di chiudere, ancora la stessa voce allarmata, proveniente dalla diga, aveva chiamato di nuovo la sede, avvertendo i carabinieri di bloccare il traffico sulla strada che portava al bacino idroelettrico. \"A ripensarci bisogna dire che le loro insistenze nascevano dal 'presentimento', prosegue abbandonandosi a un sospiro. \"La telefonata dalla diga è stata l'ultima,\" mormora accorata. \"Poi, infilato il paltò, sono uscita con mia sorella. Arrivata a casa ho udito un rombo spaventoso. Senza nemmeno riflettere, d'istinto ho preso la bambina in braccio, e seguita da mio marito sono corsa fuori! Non ho fatto in tempo a chiudere la porta, che un'ondata d'acqua ci ha sbattuto contro la casa. Ripreso fiato, vincendo la morsa del freddo, mi sono diretta subito verso il monte, aggrappandomi ai ciuffi d'erba, agli arbusti, ai tronchi degli alberi. Avevo l'incubo di venire ripresa dalla corrente, sentivo nelle ossa dei&nbsp;brividi, ma ho continuato a salire di corsa,<strong>&nbsp;e quando mi sono girata, ho visto una gran nuvola bianca sospesa sul paese</strong>. Dopo non esisteva più nulla.&nbsp;Sulle prime mi sembrava impossibile, credevo non fosse vero;&nbsp;invece&nbsp;quando siamo discesi c'erano in piedi soltanto quattro case, oltre la mia e il municipio. Intorno era tutto un gridare, un piangere, insomma una disperazione,\" conclude portandosi il fazzoletto agli occhi. 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E poi va. <br />\nCos'è che la fa andare? Un colpo di tosse? Una ciacola? Un ronzio? Un ticchettio? Uno starnuto? Un motore? <br />\nNon so. <br />\nSo che 260 milioni di metri cubi di roccia, coste di montagna alte 300 metri, rocciose, con i boschi sopra, con i corsi d'acqua, con lo stagno, coi campi coltivati, coi pascoli, le vallate, le colline. E le case, con le stalle e le bestie che muggiscono impazzite, con altri alla catena che si soffocano pur di scappare, con gli umani che non li hanno abbandonati... Un mondo intero, immenso!, fatto a emme, passa, compatto, non sbriciolato a sassi... Un mondo intero con gli alberi ancora dritti, passa tutto insieme da 60 centimetri a 100 chilometri all'ora in meno di un minuto. <br />\nUna accelerazione di cinque milioni di volte! <br />\nCome può farlo? <br />\nRocce frantumate, marne, argille porose imbibite, piene d'acqua... Tutta quell'acqua evapora per il calore provocato dallo scivolamento della frana stessa. Forma un cuscino di vapore tra 1l calcare dolomitico e gli strati rocciosi... Un cuscino di vapore su cui corre la frana. Si chiama aquaplaning quel fenomeno, è lo stesso che ti fa slittare in autostrada quando cerchi di inchiodare sul bagnato: un cuscino di vapore bollente che lancia a cento all'ora la frana con attrito zero sul piano di scivolamento liscio, perfetto. La prima zolla riempie la vallata, la seconda le si gira sopra, la terza usa le altre due come un trampolino e sale, sbatte, rimbalza dalla parte opposta della valle.<br />\nNon lo può fare in silenzio. <br />\nTu parli coi superstiti e ti dicono: «Puoi dire quello che vuoi, ma il rumore. Quello non lo puoi immaginare... Il rumore... Il rumore». <br />\nTutti i testimoni ti dicono: «Come fai a parlare di quel rumore?». <br />\nTestimone il prete di Casso, don Onorini: «Quel rumore», dice. «E quella luce... Apro la finestra dello studiolo della canonica, vedo i fili dell'alta tensione che viene dall'Austria: le linee elettriche che si spaccano per questo movimento di fiancata di montagna e una specie di arco voltaico che illumina a giorno la vallata. E il bosco che precipita, la valle che si riempie e dalla parte opposta, sempre illuminata a giorno, la frana che corre in salita, di qua, su per la montagna, dall'altra parte della valle, oltre cento metri sopra il vecchio livello del lago. E là si ferma.» <br />\nE l'acqua? Dov'è andata l'acqua? Era piena d'acqua questa... 50 milioni di metri cubi d'acqua si sono messi in piedi al centro della valle formando un fungo alto 250 metri. Tutta l'acqua delle Dolomiti par mettersi in piedi, sull'attenti, alta come il campanile del paese. 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L’acqua ristagna sulla strada, colma i solchi nei campi. Nilde deve indossare cerata, guanti e stivali di gomma per raggiungere il cancello. Deve solo attraversare il giardino, ma dopo due passi il fango le ricopre i piedi e li risucchia. Lei si libera con uno strappo. Quando rientra e si toglie i guanti, le mani sono già rosse e indolenzite, i piedi formicolano nelle scarpe. Deve aspettare per riprendere a lavorare. Per una decina di minuti rimane alla finestra, le mani sotto le ascelle, le dita dei piedi arricciate nei calzini, e osserva la campagna grigia e fradicia. [pp. 79-80] </em></p>\n<p><em>Nilde riprende a camminare, attraversa Canaro – slavato e vuoto come Frassinelle – e finalmente intravede la linea scura della ferrovia; cerca di pulirsi la faccia, gli occhi pieni di pioggia. Cammina avanti e indietro, ma non riesce a trovare il passaggio a livello. Si rassegna ad attraversare alla cieca; i sassi della massicciata sono viscidi sotto il piede. Si aggrappa al binario, sudando sotto la cerata. Il vento gira, comincia a soffiare da sud-est: la pioggia ora le batte in faccia. Nilde si avvicina all’argine e si arrampica su una scalinata ripida, scivolosa; ai suoi fianchi, l’acqua ruscella tra l’erba. Dietro alla pioggia sente un rombo, un ruggito. Arriva in cima piegata in due, la valigia che sbatte contro la gamba. La posa a terra poi alza la testa. Ci sono delle persone sull’argine: donne con l’ombrello e uomini che portano sulle spalle sacchi e pale. Li fissa, ma loro non le badano. «Nilde?» Si volta. Gigliola le viene vicino, la copre con il suo ombrello. «L’hai saputo anche tu» continua cupa. Nilde sbatte le palpebre. «Ho saputo cosa?». La donna piega la testa sulla spalla, lancia un’occhiata veloce alla sua valigia e qualcosa nel suo sguardo si ammorbidisce. Senza parlare, alza la mano, le prende il mento e la fa voltare verso destra. Le golene sono allagate; il Po è pieno di acqua grigia, il vento spinge piccole onde contro la riva. Nilde segue un ramo che rotea in un mulinello. Il rumore che sente arriva dal fiume, dalla piena che avanza a fatica. «la gente fa avanti e indietro per controllare. Però sta tranquilla, nel ’26 era molto peggio… e non è successo niente». </em>[pp. 81-82] </p>\n<p><em>I muggiti e il rumore di grandine degli zoccoli si confondono con lo scroscio della pioggia.  </em></p>\n<p><em>«Portano via le bestie», commenta, la testa stranamente leggera. Il capogiro la fa sedere sotto la finestra. Se i contadini stanno evacuando le vacche, vuol dire che hanno paura. Vuol dire che dovrebbe fare lo stesso - andarsene, si, ma dove? </em>[pp. 83-84] </p>\n<p><em>«Siediti sulla valigia, che il pianale è bagnato». Nilde annuisce: le sembra di avere la gola gonfia, non riesce a parlare. Guarda la casa, le finestre come occhi chiusi, poi Domenico si arrampica sulla paratia e si siede accanto a lei. Il camion parte con un sussulto e prende velocità. La pioggia diventa uno schiaffo, la casa resta indietro, diventa una macchia grigia, scompare. «A Melara, stamattina, l’acqua è arrivata a dieci centimetri dalla seconda fila di sacchi … una donna si è sentita male perché ha trattenuto il fiato, come se un respiro troppo forte potesse far crollare il muro» Domenico urla per sovrastare il rumore del motore. […] «Quindi è passata?», soffia Nilde. «Se è successo stamattina…». «Era la prima ondata, il grosso deve ancora venire…». Lungo la strada per Canaro incrociano alcuni carri troppo carichi, le ruote affondano nel fango. In cima, tra sedie legate e tappeti arrotolati, siedono donne e bambini. Gli uomini procedono a piedi, tirano le bestie per le briglie, si aiutano per spingere un mezzo impantanato; il camion procede a passo d’uomo, le ruote di destra corrono sull’erba e slittano un poco. […] Per un attimo Nilde sbatte le palpebre, confusa. «Non capisco», bisbiglia. Domenico si accuccia accanto a lei. <strong>«Questa è la piena». L’acqua ha colmato ogni spazio, ha invaso le golene, ha coperto gli alberi, sembra ammucchiarsi, formare una cupola. Non romba e non schiuma più: è una massa terrosa, muta, larga come il mare.</strong> L’altra riva le appare lontanissima. </em>[pp. 87-88] </p>\n<p><em>Sente la paratia gelida contro la schiena. Si aggrappa, incerta, poi c’è un sibilo, il rumore di un tubo forato. La luce bianca dei fari inquadra un getto d’acqua che sale verso l’alto e ricade nel buio. L’argine trema. All’improvviso c’è troppa acqua, troppa acqua dal cielo, troppa acqua sul terreno. Acqua che scorre tra i sacchi e sulle gambe di Norma e si getta giù, rimbalzando e schiumando come una cascata. Acqua che ruggisce e schizza sibilando. Nilde guarda in basso, verso l’argine gonfio come una pancia. Un solco si apre e corre verso di loro. </em>[p. 90] </p>\n<p><em>Poi, un rumore si alza nel buio: sembra un brontolio, un tuono, poi diventa uno schianto, un fragore di cascata che si riverbera nell’aria. […] «Che cos’era?» chiede. Si volta verso il ragazzo. «Che cos’era?», ripete, la bocca si arriccia contro la sua volontà. Nel buio, sente la sua mano sulla testa. «Il Po ha rotto» risponde lui. [p. 93] </em></p>\n<p><em>Poi sente un rumore. Si guarda alle spalle, ma non vede nulla – ed è un rumore sottile, come di foglie accartocciate. C’è un riflesso rosso a terra. Allunga il collo: un velo d’acqua sta raggiungendo il camion, la luce rossa mostra le onde piccolissime che lo increspano. «L’acqua», balbetta. «L’acqua!» […] I fari illuminano le finestre delle case vicine: ci sono persone affacciate, persone che corrono verso la strada. Rimangono indietro, ma Nilde si volta a guardare. «Cosa facevano?» «Aspettavano che qualcuno si fermasse per avere un passaggio», risponde Domenico. […] «Non potevamo farli salire?» «L’hai visto, l’acqua corre già più veloce di noi» Tacciono. Il boato della rotta ha lasciato il posto a un sibilo continuo, insinuante. Nilde si copre le orecchie. Ha paura. Non vuole rimanere intrappolata, vuole andare lontano. Sente l’acqua che le afferra le gambe. Sulla strada ci sono zone già bagnate – non osa immaginare cosa ci sia intorno a loro, celato dalla nebbia. […] Per un attimo, nonostante il brontolio del motore, il silenzio sembra assoluto, irreale. La nebbia preme da ogni lato, loro procedono sulla strada dritta, gli occhi aperti e ciechi. [p. 94 - 95] </em></p>\n<p><em>Sono passati due giorni dalle rotte. Qualcuno è riuscito ad avvicinarsi al Po e ha fotografato le bocche, tre squarci spaventosi: l’acqua continua a fuoriuscire e si mangia ettari ed ettari di terra.</em> [p. 104] </p>\n<p><em>Gli argini hanno resistito per altre quattro ore, poi si sono aperte almeno quattro falle sulla riva sinistra. Appena ricevuta la notizia lui, Gian Antonio e gli altri sono andati alla stazione e si sono incamminati lungo la ferrovia. Accucciati sui binari, hanno visto una striscia d’argento delinearsi all’orizzonte, hanno sentito – alcuni per la prima volta – il fragore dell’acqua che arrivava. «Sembrava una lama che correva verso di noi» spiega Domenico, mimando il gesto con la mano piatta.</em> [p. 105] </p>\n<p><em>«Appena l’acqua si è assestata, siamo andati ad Arquà in barca. Pensavamo di morire: in certi punti la corrente è spaventosa, ci siamo quasi ribaltati due volte, inoltre non vedevamo gli ostacoli sommersi: cancelli, pali appuntiti… A un certo punto, comunque, ho visto una finestra illuminata; abbiamo lanciato un grido e si sono affacciati due anziani, un uomo e una donna. Abbiamo detto loro che saremmo tornati entro un’ora, ma l’uomo ha stretto la moglie a sé e mi ha guardato con un’espressione… rassegnata, disperata… che mi ha messo i brividi. Quando siamo tornati, la casa non c’era più» </em>[p. 106] </p>\n<p><em>«I rumori, i rumori sono la cosa peggiore. Navighi al buio o nella nebbia e senti le case che crollano e non sai dove, non sai se ci fosse qualcuno. Dappertutto sentiamo i versi degli animali che annegano. E poi, in sottofondo, c’è questo vuuuu vuuuu continuo, l’acqua che corre da qualche parte… va a fare altro male…»  [p. 106] </em></p>\n<p><em>Due giorni dopo, le speranze di Rovigo si spengono: le acque stanno correndo verso il mare, ma una parte si riversa nei canali settentrionali e la pressione la respinge indietro. La città è presa alle spalle. </em>[p. 107] </p>\n<p><em>L’odore è la prima cosa – puzzo di acqua ferma, di legno marcito.</em> [p. 117] </p>\n<p><em>14 novembre. È passata una settimana e non è accaduto nulla: solo, l’acqua ha continuato a crescere, ha invaso le golene, soffocando i salici, i pioppi. Scorre lenta, piena di gorghi, trascinando con sé interi alberi. Il ponte di barche di Polesella viene ritirato. Sul ponte di santa Maria Maddalena i treni procedono veloci, l’acqua ha avvolto i piloni, lambisce le arcate d’acciaio. Qualcosa comincia a muoversi: sigli argini compaiono, con gli aratri e le vanghe, i mezzadri e i braccianti strappati dai campi. Da Rovigo arrivano camion pieni di sacchi vuoti, gli uomini li riempiono con la sabbia del fiume e li impilano vicino all’acqua. Le strade arginali prendono l’aspetto di trincee – le barriere proseguono per centinaia di metri. Dietro, gli uomini al lavoro si fermano e si tolgono il berretto soltanto per le processioni: i preti portano sull’argine i crocifissi, le statue e le icone. […] «Quando arriverà?», chiedono le donne. La domanda passa di bocca in bocca, si trasforma in una cantilena angosciata. I ragazzi fanno la spola tra le rive e i paesi, si incollano alla radio dell’osteria e tornano indietro pedalando nel fango, solo per dire che non ci sono novità. Il Po non rompe, e continua a piovere. </em>[pp. 183-184] </p>\n<p><em>E ancora più a lungo camminerai per sfuggire al fiume, illudendoti che basti distogliere lo sguardo dalla sua superficie scintillante, ignorando gli argini interrati che calpesti, le vene di sabbia che ti avvolgono. Ovunque andrai, lo porterai con te.</em> [p. 199]</p>\n<p><strong>14 novembre 1951.</strong> Nei primi giorni di novembre, intense precipitazioni interessano la Val Padana e determinano una piena eccezionale del fiume Po. Il fiume rompe gli argini nel parmense e subito dopo nel rodigino, allagando la zona del Polesine. Per undici giorni le acque sommergono un’area di oltre mille chilometri quadrati, raggiungendo in alcuni punti la profondità di sei metri. Oltre cento le vittime e ingenti i danni alle abitazioni, ai raccolti, agli allevamenti, ai magazzini, alle aziende agricole. L'opera di prosciugamento dei terreni terminerà solo nel maggio 1952. 180mila persone saranno costrette a lasciare la propria casa, 80mila non vi faranno più ritorno, dando vita alla prima ondata migratoria del secondo dopoguerra.</p>\n","value":"<p><strong>Sonia Aggio,&nbsp;Magnificat,&nbsp;Fazi editori 2022&nbsp;</strong><br />\r\n<br />\r\n<em>«Si dice che la Madonna della Vigna – la statua della navata di destra – sia stata trovata sottoterra in quel punto preciso, e che spostarla provochi tempeste, grandine e piogge interminabili»&nbsp;</em>[p.47]&nbsp;<br />\r\n<br />\r\n<em>«Eco, ea&nbsp;portemo&nbsp;fora e taca a&nbsp;lampezar! La&nbsp;madona&nbsp;gà&nbsp;da stare en ciesa, mi me ricordo&nbsp;cossa&nbsp;chi i&nbsp;disea&nbsp;i me noni: la Madona del la Vegna&nbsp;noa&nbsp;gà&nbsp;da&nbsp;movarse, altrimenti vien&nbsp;zò&nbsp;tenpesta!»&nbsp;</em>[p. 68]&nbsp;<br />\r\n<br />\r\n<em>Comincia a piovere, e non smette. L’acqua ristagna sulla strada, colma i solchi nei campi. Nilde deve indossare cerata, guanti e stivali di gomma per raggiungere il cancello. Deve&nbsp;solo attraversare il giardino, ma dopo due passi il fango le ricopre i piedi e li risucchia. Lei si libera con uno strappo. Quando rientra e si toglie i guanti, le mani sono già rosse e indolenzite, i piedi formicolano nelle scarpe. Deve aspettare per riprendere a lavorare. Per una decina di minuti rimane alla finestra, le mani sotto le ascelle, le dita dei piedi arricciate nei calzini, e osserva la campagna grigia e fradicia.&nbsp;[pp. 79-80]&nbsp;<br />\r\n<br />\r\n<em>Nilde riprende a camminare, attraversa Canaro – slavato e vuoto come Frassinelle – e finalmente intravede la linea scura della ferrovia; cerca di pulirsi la faccia, gli occhi pieni di pioggia. Cammina avanti e indietro, ma non riesce a trovare il passaggio a livello. Si rassegna ad attraversare alla cieca; i sassi della massicciata sono viscidi sotto il piede. Si aggrappa al binario, sudando sotto la cerata. Il vento gira, comincia a soffiare da sud-est: la pioggia ora le batte in faccia. Nilde si avvicina all’argine e si arrampica su una scalinata ripida, scivolosa; ai suoi fianchi, l’acqua ruscella tra l’erba. Dietro alla pioggia sente un rombo, un ruggito. Arriva in cima piegata in due, la valigia che sbatte contro la gamba.&nbsp;La posa a terra&nbsp;poi alza la testa. Ci sono delle persone sull’argine: donne con l’ombrello e uomini che portano sulle spalle sacchi e pale. Li fissa, ma loro non le badano.&nbsp;«Nilde?»&nbsp;Si volta. Gigliola le viene vicino, la copre con il suo ombrello.&nbsp;«L’hai saputo anche tu»&nbsp;continua cupa. Nilde sbatte le palpebre.&nbsp;«Ho saputo cosa?».&nbsp;La donna piega la testa sulla spalla, lancia un’occhiata veloce alla sua valigia e qualcosa nel suo sguardo si ammorbidisce. Senza parlare, alza la mano, le prende il mento e la fa voltare verso destra. Le golene sono allagate; il Po è pieno di acqua grigia, il vento spinge piccole onde contro la riva. Nilde segue un ramo che rotea in un mulinello. Il rumore che sente arriva dal fiume, dalla piena che avanza a fatica.&nbsp;«la gente fa avanti e indietro per controllare. Però sta tranquilla, nel ’26 era molto peggio… e non è successo niente».&nbsp;</em>[pp.&nbsp;81-82]&nbsp;<br />\r\n<br />\r\n<em>I muggiti e il rumore di grandine degli zoccoli si confondono con lo scroscio della pioggia.&nbsp;&nbsp;<br />\r\n<br />\r\n<em>«Portano via le bestie», commenta, la testa stranamente leggera. Il capogiro la fa sedere sotto la finestra. Se i contadini stanno evacuando le vacche, vuol dire che hanno paura. Vuol dire che dovrebbe fare lo stesso - andarsene, si, ma dove?&nbsp;</em>[pp. 83-84]&nbsp;<br />\r\n<br />\r\n<em>«Siediti sulla valigia, che il pianale è bagnato».&nbsp;Nilde annuisce: le sembra di avere la gola gonfia, non&nbsp;riesce a parlare. Guarda la casa, le finestre come occhi chiusi, poi Domenico si arrampica sulla paratia e si siede accanto a lei. Il camion parte con un sussulto e prende velocità. La pioggia diventa uno schiaffo, la casa resta indietro, diventa una macchia grigia, scompare.&nbsp;«A Melara, stamattina, l’acqua è arrivata a dieci centimetri dalla seconda fila di sacchi … una donna si è sentita male perché ha trattenuto il fiato, come se un respiro troppo forte potesse far crollare il muro»&nbsp;Domenico urla per sovrastare il rumore del motore.&nbsp;[…]&nbsp;«Quindi è passata?», soffia Nilde.&nbsp;«Se è successo stamattina…».&nbsp;«Era la prima ondata, il grosso deve ancora venire…». Lungo la strada per Canaro incrociano alcuni carri troppo carichi, le ruote affondano nel fango. In cima, tra sedie legate e tappeti arrotolati, siedono donne e bambini. Gli uomini procedono a piedi, tirano le bestie per le briglie, si aiutano per spingere un mezzo impantanato; il camion procede a passo d’uomo, le ruote di destra corrono sull’erba e&nbsp;slittano&nbsp;un poco. […]&nbsp;Per un attimo Nilde sbatte le palpebre, confusa.&nbsp;«Non capisco»,&nbsp;bisbiglia. Domenico si accuccia accanto a lei.&nbsp;<strong>«Questa&nbsp;è la piena».&nbsp;L’acqua ha colmato ogni spazio, ha invaso le golene, ha coperto gli alberi, sembra ammucchiarsi, formare una cupola. Non romba e non schiuma più: è una massa terrosa, muta, larga come il mare.</strong> L’altra riva le appare lontanissima.&nbsp;</em>[pp. 87-88]&nbsp;<br />\r\n<br />\r\n<em>Sente la paratia gelida contro la schiena. Si aggrappa, incerta, poi c’è un sibilo, il rumore di un tubo forato. La luce bianca dei fari inquadra un getto d’acqua che sale verso l’alto e ricade nel buio. L’argine trema. All’improvviso c’è troppa acqua, troppa acqua dal cielo, troppa acqua sul terreno. Acqua che scorre tra i sacchi e sulle gambe di Norma e si getta giù, rimbalzando e schiumando come una cascata. Acqua che ruggisce e schizza sibilando. Nilde guarda in basso, verso l’argine gonfio come una pancia. Un solco si apre e corre verso di loro.&nbsp;</em>[p. 90]&nbsp;<br />\r\n<br />\r\n<em>Poi, un rumore si alza nel buio: sembra un brontolio, un tuono, poi diventa uno schianto, un fragore di cascata che si riverbera nell’aria.&nbsp;[…]&nbsp;«Che cos’era?»&nbsp;chiede. Si volta verso il ragazzo.&nbsp;«Che cos’era?», ripete, la bocca si arriccia contro la sua volontà. Nel buio, sente la sua mano sulla testa.&nbsp;«Il Po ha rotto»&nbsp;risponde lui.&nbsp;[p. 93]&nbsp;<br />\r\n<br />\r\n<em>Poi sente un rumore. Si guarda alle spalle, ma non vede nulla – ed è un rumore sottile, come di foglie accartocciate. C’è un riflesso rosso a terra. Allunga il collo: un velo d’acqua sta raggiungendo il camion, la luce rossa mostra le onde piccolissime che lo increspano.&nbsp;«L’acqua», balbetta.&nbsp;«L’acqua!»&nbsp;[…]&nbsp;I fari illuminano le finestre delle case vicine: ci sono persone affacciate, persone che corrono verso la strada. Rimangono indietro, ma Nilde si volta a guardare.&nbsp;«Cosa facevano?»&nbsp;«Aspettavano che qualcuno si fermasse per avere un passaggio», risponde Domenico.&nbsp;[…]&nbsp;«Non potevamo farli salire?»&nbsp;«L’hai visto, l’acqua corre già più veloce di noi»&nbsp;Tacciono. Il boato della rotta ha lasciato il posto a un sibilo continuo, insinuante. Nilde si copre le orecchie. Ha paura. Non vuole rimanere intrappolata, vuole andare lontano. Sente l’acqua che le afferra le gambe. Sulla strada&nbsp;ci sono zone già bagnate – non osa immaginare cosa ci sia intorno a loro, celato dalla nebbia. […] Per un attimo, nonostante il brontolio del motore, il silenzio sembra assoluto, irreale. La nebbia preme da ogni lato, loro procedono sulla strada dritta, gli occhi aperti e ciechi.&nbsp;[p. 94&nbsp;- 95]&nbsp;<br />\r\n<br />\r\n<em>Sono passati due giorni dalle rotte. Qualcuno è riuscito ad avvicinarsi al Po e ha fotografato le bocche, tre squarci spaventosi: l’acqua continua a fuoriuscire e si mangia ettari ed ettari di terra.</em>&nbsp;[p. 104]&nbsp;<br />\r\n<br />\r\n<em>Gli argini hanno resistito per altre quattro&nbsp;ore,&nbsp;poi si sono aperte almeno quattro falle sulla riva sinistra. Appena ricevuta la notizia lui, Gian Antonio e gli altri sono andati alla stazione e si sono incamminati lungo la ferrovia. Accucciati sui binari, hanno visto una striscia d’argento delinearsi all’orizzonte, hanno sentito – alcuni per la prima volta – il fragore dell’acqua che arrivava.&nbsp;«Sembrava una lama che correva verso di noi»&nbsp;spiega Domenico, mimando il gesto con la mano piatta.</em>&nbsp;[p. 105]&nbsp;<br />\r\n<br />\r\n<em>«Appena l’acqua si è assestata, siamo andati ad Arquà in barca. Pensavamo di morire: in certi punti la corrente è spaventosa, ci siamo quasi ribaltati due volte, inoltre non vedevamo gli ostacoli sommersi: cancelli, pali appuntiti… A un certo punto, comunque, ho visto una finestra illuminata; abbiamo lanciato un grido e si sono affacciati due anziani, un uomo e una donna. Abbiamo detto loro che saremmo tornati entro un’ora, ma l’uomo ha stretto la moglie a sé e mi ha&nbsp;guardato con un’espressione… rassegnata, disperata… che mi ha messo i brividi. Quando siamo tornati, la casa non c’era più»&nbsp;</em>[p. 106]&nbsp;<br />\r\n<br />\r\n<em>«I rumori, i rumori sono la cosa peggiore. Navighi al buio o nella nebbia e senti le case che crollano e non sai dove, non&nbsp;sai se ci fosse qualcuno. Dappertutto sentiamo i versi degli animali che annegano. E poi, in&nbsp;sottofondo, c’è questo&nbsp;vuuuu&nbsp;vuuuu&nbsp;continuo, l’acqua che corre da qualche parte… va a fare altro male…»&nbsp;&nbsp;[p. 106]&nbsp;<br />\r\n<br />\r\n<em>Due giorni dopo, le speranze di Rovigo si spengono: le acque stanno correndo verso il mare, ma una parte si riversa nei canali settentrionali e la pressione la respinge indietro. La città è presa alle spalle.&nbsp;</em>[p. 107]&nbsp;<br />\r\n<br />\r\n<em>L’odore è la prima cosa – puzzo di acqua ferma, di legno marcito.</em>&nbsp;[p. 117]&nbsp;<br />\r\n<br />\r\n<em>14&nbsp;novembre.&nbsp;È passata una settimana e non è accaduto nulla: solo, l’acqua ha continuato a crescere, ha invaso le golene, soffocando i salici, i pioppi. Scorre lenta, piena di gorghi, trascinando con sé interi alberi. Il ponte di barche di Polesella viene ritirato. Sul ponte di santa Maria Maddalena i treni procedono veloci, l’acqua ha avvolto i piloni, lambisce le arcate d’acciaio. Qualcosa comincia a muoversi: sigli argini compaiono, con gli aratri e le vanghe, i mezzadri e i braccianti strappati dai campi. Da Rovigo arrivano camion pieni di sacchi vuoti, gli uomini li riempiono con la sabbia del fiume e li impilano vicino all’acqua. Le strade arginali prendono l’aspetto di trincee – le barriere proseguono per centinaia di metri. Dietro, gli uomini al lavoro si fermano e si tolgono il berretto soltanto per le processioni: i preti portano sull’argine i crocifissi, le statue e le icone.&nbsp;[…]&nbsp;«Quando arriverà?», chiedono le donne. La domanda passa di bocca in bocca, si trasforma in una cantilena angosciata. I ragazzi fanno la spola tra le rive e i paesi, si incollano alla radio dell’osteria e tornano indietro pedalando nel fango, solo per dire che non ci sono novità. Il Po non rompe, e continua a piovere.&nbsp;</em>[pp. 183-184]&nbsp;<br />\r\n<br />\r\n<em>E ancora più a lungo camminerai per sfuggire al fiume, illudendoti che basti distogliere lo sguardo dalla sua superficie scintillante, ignorando gli argini interrati che calpesti, le vene di sabbia che ti avvolgono. Ovunque andrai, lo porterai con te.</em>&nbsp;[p. 199]</em></em></em></em><br />\r\n<br />\r\n<strong>14 novembre 1951.</strong> Nei primi giorni di novembre, intense precipitazioni interessano la Val Padana e determinano una piena eccezionale del fiume Po. Il fiume rompe gli argini nel parmense e subito dopo nel rodigino, allagando la zona del Polesine. Per undici giorni le acque sommergono un’area di oltre mille chilometri quadrati, raggiungendo in alcuni punti la profondità di sei metri. Oltre cento le vittime e ingenti i danni alle abitazioni, ai raccolti, agli allevamenti, ai magazzini, alle aziende agricole. L'opera di prosciugamento dei terreni terminerà solo nel maggio 1952. 180mila persone saranno costrette a lasciare la propria casa, 80mila non vi faranno più ritorno, dando vita alla prima ondata migratoria del secondo dopoguerra.</p>\r\n"},"field_abstract":null,"field_categoria_primaria":"pagina","field_codice_lingua":false,"fields":{"slug":"/pagina-base/lalluvione-del-polesine-del-1951-nel-racconto-di-sonia-aggio/"},"relationships":{"field_sottodominio":{"name":"Eventi"},"field_immagine_anteprima":null,"field_immagine_dettaglio":{"field_alt":"Sonia Aggio - Magnificat","relationships":{"image":{"localFile":{"publicURL":"/static/3f59b6ddb04985f25fef103a8e802932/aggio.jpg","childImageSharp":{"fluid":{"aspectRatio":0.6578947368421053,"src":"/static/3f59b6ddb04985f25fef103a8e802932/d1a94/aggio.jpg","srcSet":"/static/3f59b6ddb04985f25fef103a8e802932/f836f/aggio.jpg 200w,\n/static/3f59b6ddb04985f25fef103a8e802932/2244e/aggio.jpg 400w,\n/static/3f59b6ddb04985f25fef103a8e802932/d1a94/aggio.jpg 526w","sizes":"(max-width: 526px) 100vw, 526px"}}}}}}}}}},"field_video_content":null,"field_immagine_anteprima":{"field_alt":"Polesine 1951","field_didascalia":"Polesine 1951","relationships":{"image":{"localFile":{"publicURL":"/static/025775d57a416ea2fd9978cfc99ac7ce/polesine-1951.png","childImageSharp":{"fluid":{"aspectRatio":1.5037593984962405,"src":"/static/025775d57a416ea2fd9978cfc99ac7ce/ee604/polesine-1951.png","srcSet":"/static/025775d57a416ea2fd9978cfc99ac7ce/69585/polesine-1951.png 200w,\n/static/025775d57a416ea2fd9978cfc99ac7ce/497c6/polesine-1951.png 400w,\n/static/025775d57a416ea2fd9978cfc99ac7ce/ee604/polesine-1951.png 800w","sizes":"(max-width: 800px) 100vw, 800px"}}}}}}}},{"field_evento_timeline_attivo":false,"body":null,"title":"Una squadriglia di cacciatori americani aveva spiccato il volo dal campo di Capodichino e si avventava contro l'enorme nube nera, la «seppia», gonfia di lapilli infuocati","field_titolo_esteso":"Una squadriglia di cacciatori americani aveva spiccato il volo dal campo di Capodichino e si avventava contro l'enorme nube nera, la «seppia», gonfia di lapilli infuocati","field_data_evento":"1944-03-04T15:54:18+01:00","relationships":{"field_link_evento_timeline":{"field_link":null,"relationships":{"field_link_interno":{"__typename":"node__page","title":"L’eruzione del Vesuvio del 1944 nel racconto di Curzio Malaparte ","field_titolo_esteso":"L’eruzione del Vesuvio del 1944 nel racconto di Curzio Malaparte ","body":{"processed":"<p><strong>Curzio Malaparte, La pelle, Adelphi 2015 </strong></p>\n<p><em>Il cielo, a oriente, squarciato da un'immensa ferita, sanguinava, e il sangue tingeva di rosso il mare. L'orizzonte si sgretolava, ruinando in un abisso di fuoco. Scossa da profondi sussulti, la terra tremava, le case oscillavano sulle fondamenta, e già si udivano i tonfi sordi dei tegoli e dei calcinacci che, staccandosi dai tetti e dai cornicioni delle terrazze, precipitavano sul lastrico delle strade, segni forieri di una universale rovina. Uno scricchiolio orrendo correva nell'aria, come d'ossa rotte, stritolate. E su quell'alto strepito, sui pianti, sugli urli di terrore del popolo, che correva qua e là brancolando per le vie come cieco, si alzava, squarciando il cielo, un terribile grido.<br />\nIl Vesuvio urlava nella notte, sputando sangue e fuoco. <br />\nDal giorno che vide l'ultima rovina di Ercolano e di Pompei, sepolte vive nella tomba di cenere e di lapilli, non s'era mai udita in cielo una così orrenda voce. Un gigantesco albero di fuoco sorgeva altissimo fuor della bocca del vulcano: era un'immensa, meravigliosa colonna di fumo e di fiamme, che affondava nel firmamento fino a toccare i pallidi astri. Lungo i fianchi del Vesuvio, fiumi di lava scendevano verso i villaggi sparsi nel verde dei vigneti. Il bagliore sanguigno della lava incandescente era così vivo, che per un immenso spazio intorno i monti e la pianura n'erano percossi con incredibile violenza. Boschi, fiumi, case, prati, campi, sentieri, apparivano nitidi e precisi, come mai avviene di giorno: e il ricordo del sole era già lontano e sbiadito. <br />\nSi vedevano i monti di Agerola e i gioghi di Avellino spaccarsi all'improvviso, svelando i segreti delle loro verdi valli, delle loro selve. E sebbene la distanza fra il Vesuvio e il Monte di Dio, dall'alto del quale contemplavamo, muti d'orrore, quel meraviglioso spettacolo, fosse di molte miglia, il nostro occhio, esplorando e frugando la campagna vesuviana, poc'anzi quieta sotto la luna, scorgeva, quasi ravvicinati e ingranditi da una forte lente, uomini, donne, animali, fuggire nei vigneti, nei campi, nei boschi, o errar fra le case dei villaggi, che le fiamme già lambivano d'ogni parte. E non solo coglieva i gesti, gli atteggiamenti, ma discerneva fin gli irti capelli, le arruffate barbe, gli occhi fissi, e le bocche spalancate. Pareva perfino di udire il roco sibilo che erompeva dai petti. <br />\nL'aspetto del mare era forse più orribile che non l'aspetto della terra. Fin dove giungeva lo sguardo, non appariva che una dura crosta e livida, tutta sparsa di buche simili ai segni di qualche mostruoso vaiolo: e sotto quella immota crosta s'indovinava l'urgenza di una straordinaria forza, di un furore a stento trattenuto, quasi che il mare minacciasse di sollevarsi dal profondo, di spezzar la sua dura schiena di testuggine, per far guerra alla terra e spegnere i suoi orrendi furori. Davanti a Portici, a Torre del Greco, a Torre Annunziata, a Castellammare, si scorgevano barche allontanarsi in gran fretta dalla perigliosa riva, col solo, disperato aiuto dei remi, poiché il vento, che sulla terra soffiava con violenza, sul mare cadeva come un uccello morto: e altre barche accorrere da Sorrento, da Meta, da Capri, per portar soccorso agli sventurati abitanti dei paesi marini, stretti dalla furia del fuoco. <br />\nTorrenti di fango scendevano pigri giù dai fianchi del Monte Somma, avvolgendosi su se stessi come nere serpi, e dove i torrenti di fango incontravano i fiumi di lava, alte nubi di vapore purpureo si alzavano, e un sibilo orrendo giungeva sino a noi, quale lo stridore del ferro rovente immerso nell'acqua. <br />\nUn'immensa nube nera, simile al sacco della seppia, (e seccia è chiamata appunto tal nube), gonfia di cenere e di lapilli infocati, si andava strappando a fatica dalla vetta del Vesuvio e, spinta dal vento, che per miracolosa fortuna di Napoli soffiava da nord-ovest, si trascinava lentamente nel cielo verso Castellammare di Stabia. Lo strepito che faceva quella nera nube gonfia di lapilli rotolando nel cielo era simile al cigolio di un carro carico di pietre, che si avvii per una strada sconvolta. Ogni tanto, da qualche strappo della nube, si rovesciava sulla terra e sul mare un diluvio di lapilli, che cadevano sui campi e sulla dura crosta delle onde col fragore, appunto, di un carro di pietre che rovesci il suo carico: e i lapilli, toccando il terreno e la dura crosta marina, sollevavano nembi di polvere rossastra, che si spandeva in cielo oscurando gli astri. Il Vesuvio gridava orribilmente nelle tenebre rosse di quella spaventosa notte, e un pianto disperato si levava dall'infelice città. </em>[pp.259-261] </p>\n<p><em><strong>Una squadriglia di cacciatori americani aveva spiccato il volo dal campo di Capodichino e si avventava contro l'enorme nube nera, la «seppia», gonfia di lapilli infuocati, che il vento a poco a poco spingeva verso Castellammare.</strong> Dopo alcuni istanti si udì il toc toc delle mitragliere, e l'orribile nube parve fermarsi, far fronte agli assalitori. I caccia americani tentavano di sdrucire la nuvola con le raffiche delle loro mitragliatrici, di far precipitare la valanga di pietre roventi sul tratto di mare che si stende fra il Vesuvio e Castellammare, per tentar di salvare la città da una certa rovina. Era un'impresa disperata, e la folla trattenne il respiro. Un profondo silenzio cadde sulla piazza. <br />\nDagli squarci che le raffiche di mitragliatrice aprivano nei fianchi della nera nube, precipitavano in mare torrenti di lapilli infocati, sollevando alte fontane d'acqua rossa, e alberi di vapore verdissimo, e comete di cenere rovente, e meravigliose rose di fuoco, che lentamente si scioglievano nell'aria. «'U bi! 'u bi!» gridava la folla battendo le mani. Ma l'orribile nube, spinta dal vento che soffiava da settentrione, si avvicinava sempre più a Castellammare. <br />\nA un tratto, uno dei caccia americani, simile a un falco d'argento, si gettò fulmineo contro la «seppia», la squarciò con i rostri, penetrò nello squarcio, e con uno schianto orrendo esplose dentro la nube: che si apri come un'immensa rosa nera, e precipitò in mare. </em>[p. 269]</p>\n<p><strong>Il 18 marzo 1944</strong> il Vesuvio dà inizio alla sua ultima grande eruzione, dapprima effusiva e poi esplosiva, della durata di circa dieci giorni. Dal vulcano si leva al cielo una colonna di cenere di oltre cinque chilometri. Nella memoria collettiva però, è soppiantata dai ricordi bellici: siamo nel pieno della Seconda Guerra Mondiale sono i giorni in cui i bombardieri americani B25 Mitchell dell'operazione <em>Strangle </em>si alzano in volo per andare a colpire le truppe naziste intorno a Monte Cassino. </p>\n","value":"<p><strong>Curzio Malaparte,&nbsp;La pelle, Adelphi 2015&nbsp;</strong><br />\r\n<br />\r\n<em>Il cielo, a oriente, squarciato da un'immensa ferita, sanguinava, e il sangue tingeva di rosso il mare. L'orizzonte si sgretolava, ruinando in un abisso di fuoco. Scossa da profondi sussulti, la terra tremava, le case oscillavano sulle fondamenta, e già si udivano i tonfi sordi dei tegoli e dei calcinacci che, staccandosi dai tetti e dai cornicioni delle terrazze, precipitavano sul lastrico delle strade, segni forieri di una universale rovina. Uno scricchiolio orrendo correva nell'aria, come d'ossa rotte, stritolate. E su quell'alto strepito, sui pianti, sugli urli di terrore del popolo, che correva qua e là brancolando per le vie come cieco, si alzava, squarciando il cielo, un terribile grido.<br />\r\nIl Vesuvio urlava nella notte, sputando sangue e fuoco.&nbsp;<br />\r\nDal giorno che vide l'ultima rovina di Ercolano e di Pompei, sepolte vive nella tomba di cenere e di lapilli, non s'era mai udita in cielo una così orrenda voce. Un gigantesco albero di fuoco sorgeva altissimo fuor della bocca del vulcano: era un'immensa, meravigliosa colonna di fumo e di fiamme, che affondava nel firmamento fino a toccare i pallidi astri. Lungo i fianchi del Vesuvio, fiumi di lava scendevano verso i villaggi sparsi nel verde dei vigneti. Il bagliore sanguigno della lava incandescente era&nbsp;così&nbsp;vivo, che per un immenso spazio intorno i monti e la&nbsp;pianura n'erano percossi con incredibile violenza. Boschi, fiumi, case, prati, campi, sentieri, apparivano nitidi e precisi, come mai avviene di giorno: e il ricordo del sole era già lontano e sbiadito.&nbsp;<br />\r\nSi vedevano i monti di Agerola e i gioghi di Avellino spaccarsi all'improvviso, svelando i segreti delle loro verdi valli, delle loro selve. E sebbene la distanza fra il Vesuvio e il Monte di Dio, dall'alto del quale contemplavamo, muti d'orrore, quel meraviglioso spettacolo, fosse di molte miglia, il nostro occhio, esplorando e frugando la campagna vesuviana, poc'anzi quieta sotto la luna, scorgeva, quasi ravvicinati e ingranditi da una forte lente, uomini, donne, animali, fuggire nei vigneti, nei campi, nei boschi, o errar fra le case dei villaggi, che le fiamme già lambivano d'ogni parte. E non solo coglieva i gesti, gli atteggiamenti, ma discerneva fin gli irti capelli, le arruffate barbe, gli occhi fissi, e le bocche spalancate. Pareva perfino di udire il roco sibilo che erompeva dai petti.&nbsp;<br />\r\nL'aspetto del mare era forse più orribile che non l'aspetto della terra. Fin dove giungeva lo sguardo, non appariva che una dura crosta e livida, tutta sparsa di buche simili ai segni di qualche mostruoso vaiolo: e sotto quella immota crosta s'indovinava l'urgenza di una straordinaria forza, di un furore a stento trattenuto, quasi che il&nbsp;mare minacciasse di sollevarsi dal profondo, di spezzar la sua dura schiena di testuggine, per far guerra alla terra e spegnere i suoi orrendi furori. Davanti a Portici, a Torre del Greco, a Torre Annunziata, a Castellammare, si scorgevano barche allontanarsi in gran fretta dalla perigliosa riva, col solo, disperato aiuto dei remi, poiché il vento, che sulla terra soffiava con violenza, sul mare cadeva come un uccello morto: e altre barche accorrere da Sorrento, da Meta, da Capri, per portar soccorso agli sventurati abitanti dei paesi marini, stretti dalla furia del fuoco.&nbsp;<br />\r\nTorrenti di fango scendevano pigri giù dai fianchi del Monte Somma, avvolgendosi su&nbsp;se&nbsp;stessi come nere serpi, e dove i torrenti di fango incontravano i fiumi di lava, alte nubi di vapore purpureo si alzavano, e un sibilo orrendo giungeva sino a noi, quale lo stridore del ferro rovente immerso nell'acqua.&nbsp;<br />\r\nUn'immensa nube nera, simile al sacco della seppia, (e seccia è chiamata appunto tal nube), gonfia di cenere e di lapilli infocati, si andava strappando a fatica dalla vetta del Vesuvio e, spinta dal vento, che per miracolosa fortuna di Napoli soffiava da nord-ovest, si trascinava lentamente nel cielo verso Castellammare di Stabia. Lo strepito che faceva quella nera nube gonfia di lapilli rotolando nel cielo era simile al cigolio di un carro carico di pietre, che si avvii per una strada sconvolta. Ogni tanto, da qualche strappo della nube, si rovesciava sulla terra e sul mare un diluvio di lapilli, che cadevano sui campi e sulla dura crosta delle onde col fragore, appunto, di un carro di pietre che rovesci il suo carico: e i lapilli, toccando il terreno e la dura crosta marina, sollevavano nembi di polvere rossastra, che si spandeva in cielo oscurando gli astri. Il Vesuvio gridava orribilmente nelle tenebre rosse di quella spaventosa notte, e un pianto disperato si levava dall'infelice città.&nbsp;</em>[pp.259-261]&nbsp;<br />\r\n<br />\r\n<em><strong>Una squadriglia di cacciatori americani aveva spiccato il volo dal campo di Capodichino e si avventava contro l'enorme nube nera, la «seppia», gonfia di lapilli infuocati, che il vento a poco a poco spingeva verso Castellammare.</strong> Dopo alcuni istanti si&nbsp;udì&nbsp;il toc&nbsp;toc&nbsp;delle mitragliere, e l'orribile nube parve fermarsi, far fronte agli assalitori. I caccia americani tentavano di sdrucire la nuvola con le raffiche delle loro mitragliatrici, di far precipitare la valanga di pietre roventi sul tratto di mare che si stende fra il Vesuvio e Castellammare, per tentar di salvare la città da una certa rovina. Era un'impresa disperata, e la folla trattenne il respiro. Un profondo silenzio cadde sulla piazza.&nbsp;<br />\r\nDagli squarci che le raffiche di mitragliatrice aprivano nei fianchi della nera nube, precipitavano in mare torrenti di lapilli infocati, sollevando alte fontane d'acqua rossa, e alberi di vapore verdissimo, e comete di cenere rovente, e meravigliose rose di fuoco, che lentamente si scioglievano nell'aria. «'U bi! 'u bi!» gridava la folla battendo le mani. Ma l'orribile nube, spinta dal vento che soffiava da settentrione, si avvicinava sempre più a Castellammare.&nbsp;<br />\r\nA un tratto, uno dei caccia americani, simile a un falco d'argento, si gettò fulmineo contro la «seppia», la squarciò con i rostri, penetrò nello squarcio, e con uno schianto orrendo esplose dentro la nube: che si apri come un'immensa rosa nera, e precipitò in mare.&nbsp;</em>[p. 269]<br />\r\n<br />\r\n<strong>Il 18 marzo 1944</strong>&nbsp;il Vesuvio dà inizio alla sua ultima grande eruzione, dapprima effusiva e poi esplosiva, della durata di circa dieci giorni. Dal vulcano si leva al cielo una colonna di cenere di oltre cinque chilometri. Nella memoria collettiva però, è soppiantata dai ricordi bellici: siamo nel pieno della Seconda Guerra Mondiale sono i giorni in cui i bombardieri americani B25 Mitchell dell'operazione&nbsp;<em>Strangle&nbsp;</em>si alzano in volo per andare a colpire le truppe naziste intorno a Monte Cassino.&nbsp;</p>\r\n"},"field_abstract":null,"field_categoria_primaria":"pagina","field_codice_lingua":false,"fields":{"slug":"/pagina-base/leruzione-del-vesuvio-del-1944-nel-racconto-di-curzio-malaparte/"},"relationships":{"field_sottodominio":{"name":"Eventi"},"field_immagine_anteprima":null,"field_immagine_dettaglio":{"field_alt":"Curzio Malaparte - La pelle","relationships":{"image":{"localFile":{"publicURL":"/static/76737cd288d08ed96c9dab8c9a4664c5/malaparte.jpg","childImageSharp":{"fluid":{"aspectRatio":0.6430868167202572,"src":"/static/76737cd288d08ed96c9dab8c9a4664c5/022b8/malaparte.jpg","srcSet":"/static/76737cd288d08ed96c9dab8c9a4664c5/f836f/malaparte.jpg 200w,\n/static/76737cd288d08ed96c9dab8c9a4664c5/2244e/malaparte.jpg 400w,\n/static/76737cd288d08ed96c9dab8c9a4664c5/022b8/malaparte.jpg 424w","sizes":"(max-width: 424px) 100vw, 424px"}}}}}}}}}},"field_video_content":null,"field_immagine_anteprima":{"field_alt":"Eruzione Vesuvio 1944 ","field_didascalia":"Eruzione Vesuvio 1944 ","relationships":{"image":{"localFile":{"publicURL":"/static/a006602158a51d612b42549b2d79b9e5/eruzione-vesuvio.png","childImageSharp":{"fluid":{"aspectRatio":1.5037593984962405,"src":"/static/a006602158a51d612b42549b2d79b9e5/ee604/eruzione-vesuvio.png","srcSet":"/static/a006602158a51d612b42549b2d79b9e5/69585/eruzione-vesuvio.png 200w,\n/static/a006602158a51d612b42549b2d79b9e5/497c6/eruzione-vesuvio.png 400w,\n/static/a006602158a51d612b42549b2d79b9e5/ee604/eruzione-vesuvio.png 800w","sizes":"(max-width: 800px) 100vw, 800px"}}}}}}}},{"field_evento_timeline_attivo":false,"body":null,"title":"Quel che più mi sorprese fu di osservare con quanta naturalezza i paesani accettassero la tremenda catastrofe","field_titolo_esteso":"Quel che più mi sorprese fu di osservare con quanta naturalezza i paesani accettassero la tremenda catastrofe","field_data_evento":"1915-01-13T14:59:43+01:00","relationships":{"field_link_evento_timeline":{"field_link":null,"relationships":{"field_link_interno":{"__typename":"node__page","title":"Il terremoto della Marsica del 1915 nel racconto di Ignazio Silone","field_titolo_esteso":"Il terremoto della Marsica del 1915 nel racconto di Ignazio Silone","body":{"processed":"<p><strong>Ignazio Silone, Uscita di sicurezza, Mondadori, 2025 </strong></p>\n<p><em>Si era allora nel 1916 e da alcuni mesi, per terminare gli studi ginnasiali, ero stato messo a Roma in un collegio diretto da zelanti religiosi di un ordine di recente fondazione. Era appena un anno dopo il terremoto. Ne ero ancora sgomento. [p. 18]  Si era appena a pochi giorni dopo il terremoto. La maggior parte dei morti giacevano ancora sotto le macerie. I soccorsi stentavano a mettersi in opera. Gli atterriti superstiti vivevano nelle vicinanze delle case distrutte, in rifugi provvisori. Si era in pieno inverno, quell’anno particolarmente rigido. Nuove scosse di terremoto e burrasche di neve ci minacciavano. </em>[p. 21] </p>\n<p><em>Una di quelle mattine grigie e gelide, dopo una notte insonne, assistei ad una scena assai strana. Un piccolo prete sporco e malandato con la barba di una decina di giorni, si aggirava tra le macerie attorniato da una schiera di bambini e ragazzi rimasti senza famiglia. Invano il piccolo prete chiedeva se vi fosse un qualsiasi mezzo di trasporto per portare quei ragazzi a Roma. La ferrovia era stata interrotta dal terremoto, altri veicoli non vi erano per un viaggio così lungo. In quel mentre arrivarono e si fermarono cinque o sei automobili. Era il re, col suo seguito, che visitava i comuni devastati. Appena gli illustri personaggi scesero dalle loro macchine e si allontanarono, il piccolo prete, senza chiedere il permesso, cominciò a caricare sopra di esse i bambini da lui raccolti. Ma, come era prevedibile, i carabinieri rimasti a custodire le macchine vi si opposero, e poiché il prete insisteva, ne nacque una vivace colluttazione, al punto di richiamare l’attenzione dello stesso sovrano. Affatto intimidito, il prete si fece allora avanti, e col cappello in mano, chiese al re di lasciargli per un po' di tempo la libera disposizione di quelle macchine, in modo da poter trasportare gli orfani a Roma, o almeno alla stazione più prossima ancora in attività. Date le circostanze il re non poteva non acconsentire. Assieme ad altri, anch’io osservai, con sorpresa e ammirazione, tutta la scena. Appena il piccolo prete col suo carico di ragazzi si fu allontanato, chiesi attorno a me: “chi è quell’uomo straordinario?”. Una vecchia che gli aveva affidato il suo nipotino mi rispose: “un certo don Orione, un prete piuttosto strano”. </em>[pp. 21-22] </p>\n<p><em>Nel 1915 un violento terremoto aveva distrutto buona parte del nostro circondario e in trenta secondi ucciso circa trentamila persone. <strong>Quel che più mi sorprese fu di osservare con quanta naturalezza i paesani accettassero la tremenda catastrofe.</strong> In una contrada come la nostra, in cui tante ingiustizie rimanevano impunite, la frequenza dei terremoti appariva un fatto talmente plausibile da non richiedere ulteriori spiegazioni. C'era anzi da stupirsi che i terremoti non capitassero più spesso. Nel terremoto morivano infatti ricchi e poveri, istruiti e analfabeti, autorità e sudditi. Nel terremoto la natura realizzava quello che la legge a parole prometteva e nei fatti non manteneva: l'uguaglianza. Uguaglianza effimera. Passata la paura, la disgrazia collettiva si trasformava in occasione di più larghe ingiustizie. </em>[pp. 59-60] </p>\n<p><em>“C’è passata la guerra di qui?” Chiesi all’impiegato della posta guardandomi attorno. “Non mi sembra.” “Questo è un comune perseguitato dal destino” egli mi spiegò. “Perfino il terremoto gli passò accanto, non so se lo sapete. Di conseguenza, niente ricostruzione, niente sussidi, niente assistenza governativa. I guastatori tedeschi arrivarono fin laggiù; vedete quel ponticello? Che fatica sarebbe stata per loro di arrivare fin qui? Niente.” </em>[p.145] <em> </em></p>\n<p><em>Il paese mi apparve immutato, come lo ricordavo; nel mucchio nero delle case, vi erano ancora i vuoti dei crolli del terremoto di trent’anni prima. Non so perché, all’entrata del paese mi colse un’improvvisa paura, con un doloroso stringimento di cuore. [p.148] Cammino impervio e sconvolgente, il cui itinerario si diparte dal contesto familiare e dal microcosmo della comunità natale di Pescina, sconvolti dal terremoto della Marsica e lambiti dall’onda sismica della guerra europea. [p. 203]</em></p>\n<p><strong>Il 13 novembre 1915.</strong> Una scossa di magnitudo 7 colpisce il Centro Italia con epicentro nella Piana del Fucino, in Abruzzo. Il terremoto della Marsica rappresenta uno dei terremoti più violenti che la storia italiana ricordi, per l’estensione dell’area colpita, il numero delle vittime, dei feriti e dei senzatetto. La Marsica, caratterizzata da numerosi centri abitati e intensamente popolata, è rasa al suolo. Complessivamente oltre 30mila persone perdono la vita. </p>\n","value":"<p><strong>Ignazio Silone,&nbsp;Uscita di sicurezza, Mondadori, 2025&nbsp;</strong><br />\r\n<br />\r\n<em>Si era allora&nbsp;nel 1916 e da alcuni mesi, per terminare gli studi ginnasiali, ero stato messo a Roma in un collegio diretto da zelanti religiosi di un ordine di recente fondazione. Era appena un anno dopo il terremoto. Ne ero ancora sgomento.&nbsp;[p.&nbsp;18]&nbsp;&nbsp;Si&nbsp;era appena&nbsp;a pochi giorni dopo il terremoto. La maggior parte dei morti giacevano ancora sotto le macerie. I soccorsi stentavano a mettersi in opera. Gli atterriti superstiti&nbsp;vivevano nelle vicinanze delle case distrutte, in rifugi&nbsp;provvisori. Si era in pieno inverno, quell’anno particolarmente rigido. 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Ma, come era prevedibile, i carabinieri rimasti a custodire&nbsp;le macchine vi si&nbsp;opposero,&nbsp;e poiché il prete insisteva, ne nacque una vivace colluttazione, al punto di richiamare l’attenzione dello stesso sovrano. Affatto intimidito, il prete si fece allora avanti, e col cappello in mano, chiese al re di lasciargli&nbsp;per un po' di tempo la libera disposizione di quelle macchine, in modo da poter trasportare gli orfani a Roma, o almeno alla stazione più prossima ancora in attività. Date le circostanze il re non poteva non acconsentire.&nbsp;Assieme ad altri, anch’io&nbsp;osservai, con&nbsp;sorpresa e ammirazione, tutta&nbsp;la scena. Appena il piccolo prete col suo carico di ragazzi si fu allontanato, chiesi attorno a me: “chi è quell’uomo straordinario?”. Una vecchia che gli aveva affidato il suo&nbsp;nipotino&nbsp;mi rispose: “un certo don Orione, un prete piuttosto strano”.&nbsp;</em>[pp.&nbsp;21-22]&nbsp;<br />\r\n<br />\r\n<em>Nel 1915 un violento terremoto aveva distrutto buona parte del nostro circondario e in trenta&nbsp;secondi ucciso circa trentamila persone.&nbsp;<strong>Quel che più mi sorprese fu di osservare con quanta naturalezza i paesani accettassero la tremenda catastrofe.</strong>&nbsp;In una contrada come la nostra, in cui tante ingiustizie rimanevano impunite, la frequenza dei terremoti appariva un fatto talmente plausibile da non richiedere ulteriori spiegazioni. C'era anzi da stupirsi che i terremoti non capitassero più spesso. Nel terremoto morivano infatti ricchi e poveri, istruiti e analfabeti, autorità e sudditi. Nel terremoto la natura realizzava quello che la legge a parole prometteva e nei fatti non manteneva: l'uguaglianza. Uguaglianza effimera. Passata la paura, la disgrazia collettiva si trasformava in occasione di più larghe ingiustizie.&nbsp;</em>[pp. 59-60]&nbsp;<br />\r\n<br />\r\n<em>“C’è passata la guerra&nbsp;di qui?” Chiesi all’impiegato della posta guardandomi attorno. “Non mi sembra.” “Questo è un comune perseguitato dal destino” egli mi spiegò. “Perfino il terremoto gli passò accanto, non so se lo sapete. Di&nbsp;conseguenza, niente ricostruzione, niente sussidi, niente assistenza governativa. I guastatori tedeschi&nbsp;arrivarono fin laggiù; vedete quel ponticello? Che fatica sarebbe stata per&nbsp;loro di arrivare fin qui? Niente.”&nbsp;</em>[p.145]&nbsp;<em>&nbsp;<br />\r\n<br />\r\n<em>Il paese mi apparve immutato, come lo ricordavo; nel mucchio nero delle case, vi erano ancora i vuoti dei crolli del terremoto di trent’anni prima. Non so perché, all’entrata del paese mi colse un’improvvisa paura, con un doloroso stringimento di cuore.&nbsp;[p.148]&nbsp;Cammino impervio e sconvolgente, il cui itinerario&nbsp;si diparte dal contesto familiare e dal microcosmo della comunità&nbsp;natale&nbsp;di Pescina, sconvolti dal terremoto della Marsica e lambiti dall’onda sismica della guerra europea.&nbsp;[p.&nbsp;203]</em><br />\r\n<br />\r\n<strong>Il 13 novembre 1915.</strong> Una scossa di magnitudo 7 colpisce il Centro Italia con epicentro nella Piana del Fucino, in Abruzzo. Il terremoto della Marsica rappresenta uno dei terremoti più violenti che la storia italiana ricordi, per l’estensione dell’area colpita, il numero delle vittime, dei feriti e dei senzatetto. La Marsica, caratterizzata da numerosi centri abitati e intensamente popolata, è rasa al suolo. 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Le persone si proteggevano con materassi, coperte, pentole sulla testa, due giorni dopo la prima esplosione si aiutavano a spalare la cenere dai tetti e all'inizio di maggio i contadini piantavano fiduciosi cavoli e lattughe.</em></p>\n<p><em>Da allora gli abitanti di quella che è oggi considerata «Zona rossa» sono triplicati, da duecentomila a settecentomila. Nel Piano d'emergenza messo a punto dalle autorità italiane nel 1995 e modificato l'ultima volta nel 2016, sono inclusi i venticinque comuni a ridosso del vulcano esposti ai cosiddetti flussi piroclastici, colate di pomici, ciottoli porosi, pesanti più o meno come una pallina da ping-pong, e lapilli come sassi densi e duri che precipiterebbero a valle a una velocità di 145 chilometri all'ora.</em> [pp.10-11]</p>\n<p><em>Nel 1944, durante l'ultima eruzione del Vesuvio, pochi mesi dopo che la città di Napoli fu liberata, proprio a Terzigno gli Alleati persero in un giorno una ottantina di bombardieri B-25 Mitchell, sommersi da strati di cenere rovente così alta da bruciare le superfici delle ali, sciogliere il Plexiglas e spezzare alcune code per il peso dei detriti accumulatisi. Erano allineati su una pista d'atterraggio dell'aeroporto temporaneo costruito tra Terzigno e Poggiomarino su una spianata di roccia vulcanica che permetteva di essere utilizzata anche dopo forti piogge.</em></p>\n<p><em>Il pomeriggio del 18 marzo del 1944, dopo trentotto anni, un infinitesimo di secondo nella sua vita, il Vesuvio si sveglia lanciando in aria una raffica di pomici e di scorie. Quattro giorni dopo, il 22 marzo, innalza il suo torvo pennacchio, alto cinque chilometri, la colata principale scende verso nord-ovest, lungo i fianchi del cratere del monte Somma e lentamente punta i paesi di Massa di Somma e San Sebastiano. Intorno la terra trema, la pioggia di cenere e lapilli tinge il cielo di viola, il fumo rende l'aria irrespirabile, si soffoca.</em></p>\n<p><em>Il direttore dell'Osservatorio, Giuseppe Imbò, asserragliato con il suo sismografo nell'unica stanza concessagli dai militari americani che occupano l'Osservatorio, nei giorni precedenti all'eruzione ha notato un tremore continuo dovuto al movimento del magma nel condotto vulcanico e una serie di piccoli terremoti provocati dalla frattura delle rocce del condotto e del conetto di scorie dentro il cratere. Il 13 marzo il conetto crolla, Imbò capisce che l'eruzione è vicina.</em></p>\n<p><em>A piedi si reca a Ercolano e a Napoli ad avvisare. Le autorità non lo prendono sul serio, così come gli ufficiali americani quando li mette in guardia dal pericolo imminente di caduta di lapilli sul campo d'aviazione di Terzigno. Un capitano gli dà i due litri di alcol che il direttore dell'Osservatorio chiede gli serviranno per far funzionare il sismografo e registrare i preziosi dati dell’eruzione.</em> </p>\n<p><em>I militari se ne accorgeranno solo molti giorni piú tardi, quando, all'alba del 22 marzo, dal cono principale milioni di tonnellate di lapilli spinti dal vento si abbatteranno sulle campagne.</em></p>\n<p><em>«Cominciammo a sentire la terra tremare come se fosse scoppiata una bomba», scrive sul suo diario Dana Craig, attendente del 486° squadrone. «Dopo ogni tremito passava qualche minuto prima che i detriti espulsi dal cratere toccassero terra. Con la luce del giorno, il retro del nostro alloggio cominciò a cedere e vedemmo venir giú rocce sempre piú grandi. A quel punto ci mettemmo tutti gli elmetti di acciaio e pesanti giacche di montone per proteggerci. Non ricordo proprio di aver fatto colazione quella mattina, presto ci caricarono sui camion per evacuarci a Napoli».</em></p>\n<p><em>Per i soldati americani quello spettacolo inaspettato è eccitante, una distrazione dalla guerra che si è allentata ma non è finita, a Cassino si combatte e si muore ancora.</em> [pp.64-65]</p>\n<p><em>Il Vesuvio cambia profilo a ogni fermata. A Ercolano comincia a perdere le gobbe, a Torre del Greco il Somma si appiattisce e il Vesuvio distende il suo largo petto di montagna solitaria e possente, l'orlo del cratere è sfrangiato. Dalla stazione Leopardi è scivolato alle tue spalle, a Trecase rispunta una lieve gobba sulla destra, a Torre Annunziata ti riaccompagna per un tratto, nella benevola forma di cappello di carabiniere, per poi arretrare, stare a retro. Ti segue, si muove con te, come se fossi tu a muoverlo con una lunga bacchetta. [p.247]</em></p>\n<p><strong>Il 18 marzo 1944</strong> il Vesuvio dà inizio alla sua ultima grande eruzione, dapprima effusiva e poi esplosiva, della durata di circa dieci giorni. Dal vulcano si leva al cielo una colonna di cenere di oltre cinque chilometri. Nella memoria collettiva però, è soppiantata dai ricordi bellici: siamo nel pieno della Seconda Guerra Mondiale sono i giorni in cui i bombardieri americani B25 Mitchell dell'operazione Strangle si alzano in volo per andare a colpire le truppe naziste intorno a Monte Cassino. </p>\n","value":"<p><strong>Maria Pace Ottieri,&nbsp;ll&nbsp;Vesuvio universale,&nbsp;Einaudi, 2018<br />\r\n<br />\r\n<em>Ogni&nbsp;eruzione ha una personalità propria, a ogni sua manifestazione il Vesuvio sferra un colpo da maestro ogni volta diverso:&nbsp;</em></strong><em>vomita da bocche di fuoco torrenti di lave, avviluppa la campagna e il mare in una nuvola scura, si corona di un pennacchio di fiamme che si alza nel cielo in una colonna di decine di chilometri, provoca furibondi temporali e piogge torrenziali che si addensano in micidiali colate di fango, manda le sue ceneri fino in Africa e nel Medio Oriente.</em><br />\r\n<br />\r\n<em>Nei secoli cambia forma e altezza, colore e spirito durante il giorno, ora affiora ciò che ha di mitico, il lago di lava che coronava il Vesuvio fu a lungo creduto l'occhio incandescente del Ciclope, ora prevale l'aspetto di montagna provvida e protettiva.</em><br />\r\n<br />\r\n<em>La reazione all'eruzione del 18 marzo 1944 fu composta, razionale, condivisa. Le persone si proteggevano con materassi, coperte, pentole sulla testa, due giorni dopo la prima esplosione si aiutavano a spalare la cenere dai tetti e all'inizio di maggio i contadini piantavano fiduciosi cavoli e lattughe.</em><br />\r\n<br />\r\n<em>Da allora gli abitanti di quella che è oggi considerata «Zona rossa» sono triplicati, da duecentomila a settecentomila. Nel Piano d'emergenza messo a punto dalle autorità italiane nel 1995 e modificato l'ultima volta nel 2016, sono inclusi i venticinque comuni a ridosso del vulcano esposti ai cosiddetti flussi piroclastici, colate di pomici, ciottoli porosi, pesanti&nbsp;più&nbsp;o meno come una pallina da ping-pong, e lapilli come sassi densi e duri che precipiterebbero a valle a una velocità di 145 chilometri all'ora.</em>&nbsp;[pp.10-11]<br />\r\n<br />\r\n<em>Nel 1944, durante l'ultima eruzione del Vesuvio, pochi mesi dopo che la città di Napoli fu liberata, proprio a Terzigno gli Alleati persero in un giorno una ottantina di bombardieri B-25 Mitchell, sommersi da strati di cenere rovente&nbsp;così&nbsp;alta da bruciare le superfici delle ali, sciogliere il Plexiglas e spezzare alcune code per il peso dei&nbsp;detriti accumulatisi. Erano allineati su una pista d'atterraggio dell'aeroporto temporaneo costruito tra Terzigno e&nbsp;Poggiomarino&nbsp;su una spianata di roccia vulcanica che permetteva di essere utilizzata anche dopo forti piogge.</em><br />\r\n<br />\r\n<em>Il pomeriggio del 18 marzo del 1944, dopo trentotto anni, un infinitesimo di secondo nella sua vita, il Vesuvio si sveglia lanciando in aria una raffica di pomici e di scorie. Quattro giorni dopo, il 22 marzo, innalza il suo torvo&nbsp;pennacchio, alto cinque chilometri, la colata principale scende verso nord-ovest, lungo i fianchi del cratere del monte Somma e lentamente punta i paesi di Massa di Somma e San Sebastiano. Intorno la terra trema, la pioggia di cenere e lapilli tinge il cielo di viola, il fumo rende l'aria&nbsp;irrespirabile, si soffoca.</em><br />\r\n<br />\r\n<em>Il direttore dell'Osservatorio, Giuseppe&nbsp;Imbò, asserragliato con il suo sismografo nell'unica stanza concessagli dai militari americani che occupano l'Osservatorio, nei giorni precedenti all'eruzione ha notato un tremore continuo dovuto al movimento del magma nel condotto vulcanico e una serie di piccoli terremoti provocati dalla&nbsp;frattura delle rocce del condotto e del conetto di scorie dentro il cratere. Il 13 marzo il conetto crolla,&nbsp;Imbò&nbsp;capisce che l'eruzione è vicina.</em><br />\r\n<br />\r\n<em>A piedi si reca a Ercolano e a Napoli ad avvisare. Le autorità non lo prendono sul serio,&nbsp;così&nbsp;come gli ufficiali americani quando li mette in guardia dal pericolo imminente di caduta di lapilli sul campo d'aviazione di Terzigno. Un capitano gli dà i due litri di alcol che il direttore dell'Osservatorio chiede gli serviranno per far funzionare&nbsp;il sismografo e registrare i preziosi dati dell’eruzione.</em>&nbsp;<br />\r\n<br />\r\n<em>I militari se ne accorgeranno solo molti giorni&nbsp;piú&nbsp;tardi, quando, all'alba del 22 marzo, dal cono principale milioni di tonnellate di lapilli spinti dal vento si abbatteranno sulle campagne.</em><br />\r\n<br />\r\n<em>«Cominciammo&nbsp;a sentire la terra tremare come se&nbsp;fosse scoppiata una&nbsp;bomba», scrive sul suo diario Dana Craig, attendente del 486° squadrone. «Dopo ogni tremito passava qualche minuto prima che i detriti espulsi dal cratere toccassero terra. Con la luce del giorno, il retro del nostro alloggio cominciò a cedere e vedemmo venir&nbsp;giú&nbsp;rocce&nbsp;sempre&nbsp;piú&nbsp;grandi. A quel punto ci mettemmo tutti gli elmetti di acciaio e pesanti giacche di montone per proteggerci. Non ricordo proprio di aver fatto colazione quella mattina, presto ci caricarono sui camion per evacuarci a Napoli».</em><br />\r\n<br />\r\n<em>Per i soldati americani quello spettacolo inaspettato è eccitante, una distrazione dalla guerra che si è allentata ma non è finita, a Cassino si combatte e si muore ancora.</em>&nbsp;[pp.64-65]<br />\r\n<br />\r\n<em>Il Vesuvio cambia profilo a ogni fermata. A Ercolano comincia a perdere le gobbe, a Torre del Greco il Somma si appiattisce e il Vesuvio distende il suo largo petto di montagna solitaria e possente, l'orlo del cratere è sfrangiato. Dalla stazione Leopardi è scivolato alle tue spalle, a Trecase rispunta una lieve gobba sulla destra, a Torre Annunziata ti riaccompagna per un tratto, nella benevola forma di cappello di carabiniere, per poi arretrare, stare a retro. Ti segue, si muove con te, come se fossi tu a muoverlo con una lunga bacchetta.&nbsp;[p.247]</em><br />\r\n<br />\r\n<strong>Il 18 marzo 1944</strong>&nbsp;il Vesuvio dà inizio alla sua ultima grande eruzione, dapprima effusiva e poi esplosiva, della durata di circa dieci giorni. Dal vulcano si leva al cielo una colonna di cenere di oltre cinque chilometri. Nella memoria collettiva però, è soppiantata dai ricordi bellici: siamo nel pieno della Seconda Guerra Mondiale sono i giorni in cui i bombardieri americani B25 Mitchell dell'operazione&nbsp;Strangle&nbsp;si alzano in volo per andare a colpire le truppe naziste intorno a Monte Cassino.&nbsp;</p>\r\n"},"field_abstract":null,"field_categoria_primaria":"pagina","field_codice_lingua":false,"fields":{"slug":"/pagina-base/leruzione-del-vesuvio-del-1944-nel-racconto-di-maria-pace-ottieri/"},"relationships":{"field_sottodominio":{"name":"Eventi"},"field_immagine_anteprima":null,"field_immagine_dettaglio":{"field_alt":"Maria Pace Ottieri - Il Vesuvio universale","relationships":{"image":{"localFile":{"publicURL":"/static/81bc2e85b46f9f6dd67f8758147c3f49/ottieri.jpg","childImageSharp":{"fluid":{"aspectRatio":0.6309148264984227,"src":"/static/81bc2e85b46f9f6dd67f8758147c3f49/14b42/ottieri.jpg","srcSet":"/static/81bc2e85b46f9f6dd67f8758147c3f49/f836f/ottieri.jpg 200w,\n/static/81bc2e85b46f9f6dd67f8758147c3f49/2244e/ottieri.jpg 400w,\n/static/81bc2e85b46f9f6dd67f8758147c3f49/14b42/ottieri.jpg 800w,\n/static/81bc2e85b46f9f6dd67f8758147c3f49/a7715/ottieri.jpg 1000w","sizes":"(max-width: 800px) 100vw, 800px"}}}}}}}}}},"field_video_content":null,"field_immagine_anteprima":{"field_alt":"Eruzione del Vesuvio 1944","field_didascalia":"Eruzione del Vesuvio 1944","relationships":{"image":{"localFile":{"publicURL":"/static/dff26de09668bb46fa58ba1673cb3b46/eruzione-vesuvio-1944.png","childImageSharp":{"fluid":{"aspectRatio":1.5037593984962405,"src":"/static/dff26de09668bb46fa58ba1673cb3b46/ee604/eruzione-vesuvio-1944.png","srcSet":"/static/dff26de09668bb46fa58ba1673cb3b46/69585/eruzione-vesuvio-1944.png 200w,\n/static/dff26de09668bb46fa58ba1673cb3b46/497c6/eruzione-vesuvio-1944.png 400w,\n/static/dff26de09668bb46fa58ba1673cb3b46/ee604/eruzione-vesuvio-1944.png 800w","sizes":"(max-width: 800px) 100vw, 800px"}}}}}}}},{"field_evento_timeline_attivo":false,"body":null,"title":"Un popolo di scope ramazzava il fango fuori dagli androni e i detriti delle botteghe venivano ammassati sul marciapiede. 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[p. 83]</p>\n<p><em>Guardavano l’Arno che correva rapido sotto i ponti, gonfio e scuro come non si era mai visto.</em>[p. 147]<br /><em>Vide l’Arno gonfio come il dorso di una balena</em>. [p. 153] </p>\n<p><em>«Hai visto come piove?» disse Rosa, mangiucchiando qualcosa. <br />\n«Sono settimane che piove, Rosa.» <br />\n«Non così forte… e se fosse il diluvio universale?»<br />\n«C’è già stato, Rosa. Non credo che Dio si ripeta.»</em> [p. 153]<br /><em>Alle tre la grande piena dell’Arno arriva a Firenze. Sulla riva sinistra, tra il ponte alle grazie e il ponte Santa Trinità, le fogne rigurgitano fango</em>. [p. 161]</p>\n<p><em>Il rombo del fiume impetuoso sembra un mare forza nove, e la ringhiera di ferro intorno alla statua di Benvenuto Cellini vibra come una corda di contrabbasso. Si sentono i tonfi degli alberi che si abbattono contro i pilastri del ponte. Tra i flutti fangosi si vedono passare cadaveri di mucche, automobili, armadi sfasciati, un grosso pullman che caracolla come una balena morta.</em> [p. 162]</p>\n<p><em>La corrente ha una velocità impressionante, travolge le automobili, sfonda portoni e saracinesche, riversando nelle strade ciò che ha rubato nel Valdarno, animali morti, alberi, mobili fatti a pezzi, bidoni di nafta… Crolla il Lungarno Corsini. Alle otto in via dei Neri, dove abita Rosa, ci sono tre metri d’acqua, e il livello continua a salire…</em> [p. 164]</p>\n<p><em>A un tratto l’acqua ebbe una specie di sobbalzo, e cominciò ad alzarsi più in fretta. In dieci minuti guadagnò più di mezzo metro, correndo sempre più veloce, gorgogliando, trascinando ogni cosa. Le automobili sbattevano nei muri, cozzavano tra di loro, buttavano giù i segnali stradali. Passò uno scaldabagno a tutta birra e colpì l’angolo di piazza Pratellina con un gran botto. Sulla superficie del fango si allungavano le striature nere, oleose, della nafta uscita dalle caldaie. Le persone affacciate al primo piano sparirono una dopo l’altra, e riapparvero poco dopo al piano superiore. Quelli che abitavano nelle case più basse salirono sul tetto, e si sedettero sulle tegole con gli ombrelli sulla testa.</em> [p. 168]</p>\n<p><em>Il tempo si era come fermato. L’unico movimento era la massa melmosa che scorreva nelle strade, guadagnando centimetri sulle facciate dei palazzi. Non si poteva fare nulla, se non aspettare, guardare il mostro di fango che gonfiava tra le case.</em> [p. 168]</p>\n<p><em>Passavano le ore, i minuti, i secondi. Nessuno poteva fare nulla, solo guardare l’acqua putrida che scorreva nella strada. Alle cinque il cielo comincio a scurirsi, e la gente alle finestre lanciava lunghe occhiate verso l’alto. Le persone accovacciate sui tetti sembravano grossi uccelli spauriti. Al chiarore lugubre del tramonto il fiume di fango aveva un’aria terribile, era impossibile non pensare ai fiumi infernali nominati da Dante… Lor corso in questa valle si diroccia, fanno acheronte, stige e flegetonta… poco dopo fu notte. Sui davanzali si accesero le fiammelle di decine di candele, e la fuga dei palazzi diventò il colombario di un enorme cimitero. Il fiume di melma rallentò ancora, sciaguattando morbidamente contro i muri delle case. A un tratto si fermò del tutto, e sul quartiere calò un silenzio di tomba. Era lo stesso silenzio opprimente che Bordelli aveva sentito durante la guerra, in certe notti d’inverno</em>. [pp. 170-171]</p>\n<p><em>Poche ore prima due candele non erano nulla, ma la furia dell’Arno aveva sovvertito l’ordine dei valori.</em> [p. 172] </p>\n<p><em>Sotto il cielo limpido, lo spettacolo era ancora più desolante. Il fango se n’era andato quasi del tutto, lasciando in regalo automobili sfasciate, portoni sfondati e saracinesche sventrate, macerie di ogni genere portare dalla furia della corrente. Una spessa riga di nafta ancora umida segnava i muri a più di tre metri d’altezza. In lontananza si sentiva il suono lamentoso di molte sirene, e il motore regolare degli elicotteri. I fantasmi della notte cominciavano a uscire di casa, pallidi, sfiniti, lo sguardo incredulo. Sciaguattavano nella melma con gli stivali o con le scarpe fasciate da sacchetti di plastica legati alle caviglie. </em>[p. 174]</p>\n<p><em>Un’anta del portone pendeva da un cardine, l’altra era stata divelta e galleggiava nell’atrio. Lo scostò con le mani e uscì in strada, con l’acqua poco sotto il ginocchio. L’aria era irrespirabile. Le figure umane che si muovevano trai mucchi di detriti sembravano anime dannate. In fondo alla via, dalla parte di borgo San Frediano, un albero si era incastrato nel vano di un portone. Sembrava di essere in una città bombardata</em>. [pp. 174-175]</p>\n<p><strong><em>Un popolo di scope ramazzava il fango fuori dagli androni e i detriti delle botteghe venivano ammassati sul marciapiede. Sembrava di vedere l'Italia dell'immediato dopoguerra, o forse anche peggio. </em></strong><em>Una donnina con un fazzoletto legato sotto il mento piangeva in silenzio, trasportando fuori dalla sua bottega mucchi di verdura imputridita. Quando sbucò in piazza Nazario Sauro, senti l'Arno che rumoreggiava. La piazzetta era ingombra di macchine sfa</em><em>sciate, alcune a pancia all'aria. Una 850 contorta era finita di traverso sopra il tetto di una grossa berlina. Chissà quanto tempo ci sarebbe voluto, per rimettere le cose a posto. Prosegui in via di Santo Spirito. Dappertutto la scena era la stessa. Distruzione, macerie, fango. Facce ingrugnite e olio di gomito. Ogni tanto si sentiva volare una battuta amara, e qualcuno sorrideva di traverso. Lo strato di melma puzzolente che stagnava nelle strade rendeva ancora più lugubre una città attraversata nei secoli da sanguinose congiure, da intrighi feroci, tradimenti, inganni, imbrogli, una città da sempre dominata da tensioni morbose dissimulate sotto la falsa giocosità di una battuta. Con le lacrime agli occhi si spalava il fango e si scherzava già sull'alluvione, si inventavano barzellette nell'eterno sforzo di non soccombere</em></p>\n<p><em>E adesso Firenze tremava, perché il suo tesoro era stato inzaccherato dal fango. Ricchi o poveri non faceva alcuna differenz</em>a. [p. 179] </p>\n<p><em>Più avanti un barcone di legno scivolava silenzioso sul fango, trasportando vecchi e bambini</em>. [p. 181]</p>\n<p><em>«Dal terrazzino ho visto tutto… l’acqua saliva, saliva… correva sempre più forte…le macchine sbattevano contro i muri… sembravano bombe… ho visto passare anche dei morti… oddio che paura»</em> [p. 181]</p>\n<p><em>Dappertutto era la stessa cosa: cadaveri di animali, alberi sradicati, scaldabagni, televisori, cumuli di frutta ridotta in poltiglia e centinaia di carcasse di automobili da regalare agli sfasciacarrozze. Vide addirittura una distesa di pesci morti e un paio di barconi arenati. Nelle zone ormai libere dall'acqua, i mucchi di rifiuti ammassati fuori dai negozi erano sempre più alti. Il puzzo di nafta ammorbava l'aria fino a stordire, soprattutto nelle vie più strette. Ogni tanto si vedevano passare mezzi anfibi dell'esercito, qualche jeep, camion dei pompieri e ambulanze. Il suono delle sirene rotolava sui tetti e spandeva sulla città un doloroso senso incertezza, ma il rumore più familiare era quello delle scope che strusciavano sul fango. La porta di piazza Beccaria sbocciava in mezzo a un mucchio di automobili finite una sull'altra. Le vie di accesso al centro erano bloccate dai mezzi militari. Sui vial</em><em>i c'era traffico, e le ruote biascicavano nella melma. Bordelli attraverso la piazza e imbocco via Gioberti, guardando la riga nera della nafta che attraversava le finestre del primo piano. […] Come si aspettava, il famoso portone era stato sfondato dall'acqua. Scavalcò la soglia per toccare con mano la sua sconfitta. Quattro stanze, completamente devastate dal fango. I pavimenti erano cosparsi di detriti. Una porticina conduceva in un sottosuolo, pieno d'acqua fino all'orlo. Accese l'ultima sigaretta e buttò il pacchetto per terra</em><strong><em>. </em></strong><em>L'Arno aveva cancellato l'ultima speranza, aveva tagliato l'unico sottilissimo filo che avrebbe potuto, forse, portare fuori dal labirinto</em>. [pp. 182-183]</p>\n<p><em>La confusione aumentava di ora in ora. I volontari arrivavano dai quartieri non alluvionati, dalle città e dai paesi vicini, dalle altre regioni e alcuni anche dall'estero. Erano donne e uomini di tutte le età. Da Siena arrivò un intero camion di pane, pagato da un privato. Alcuni negozianti portavano spontaneamente generi alimentari presi nei loro magazzini. […] In mezzo a piazza Santa Croce l'enorme Dante di marmo osservava schifato la melma puzzolente che stagnava ai suoi divini piedi, e i suoi occhi sdegnati sembravano brillare di una luce cattiva. Tutto intorno, saracinesche e portoni sventrati, auto sfasciate, frantumi di mobilia, ferraglia contorta, enormi fasci di sterpaglie, cumuli di fango, carcasse di animali e alberi portati da chissà dove. Una bomba avrebbe fatto meno danno. Il puzzo prendeva alla gola. Sulla facciata bianca della chiesa spiccava una spessa riga nera. Sembrava impossibile che l'acqua fosse arrivata così in alto. Dopo il tramonto, dall'alto del Piazzale Michelangelo fu acceso un potente riflettore militare per illuminare la piccola Piazza dei Cavalleggeri, dove decine di studenti e di studentesse continuavano senza sosta a passarsi di mano in mano i preziosi libri della Biblioteca Nazionale. Si ritrovò nella notte sopra un barcone di legno, nelle vie ancora allagate di Gavinana, a scivolare sull'acqua stagnante con una lampada in mano... Caron dimonio, con occhi di bra gia... </em>[pp. 189-190]</p>\n<p><em>Dissero che a Firenze le cose stavano tornando alla normalità, ma i fiorentini sapevano bene che era una balla. Nelle strade c'erano ancora tonnellate di fango e di detriti e migliaia di carcasse di auto da portare via. In alcune zone mancava la luce, il telefono, il gas, e addirittura l'acqua. Molti negozianti e artigiani avevano perso tutto e non avevano la possibilità di ricominciare il loro lavoro. Centinaia di famiglie non potevano ancora rientrare nelle loro case, ed erano state sistemate negli alberghi a spese del comune. Le autopompe lavoravano giorno e notte per togliere il fango dai sotterranei degli edifici pubblici, e migliaia di uomini, di donne, di militari e di studenti sguazzavano ancora nel fango. Code per i viveri allo stadio, davanti ai rari negozi aperti, intorno alle autobotti. L'ospedale di Careggi pieno come un uovo. Senza contare le opere d'arte e le migliaia di libri antichi ricoperti di fango e di nafta. E nella provincia le cose stavano anche peggio... Eccola, la normalità</em>. [p. 320]</p>\n<p>Nella notte tra il <strong>3 e il 4 novembre del 1966</strong>, dopo giorni di pioggia incessante, l’Arno esonda e allaga Firenze. In assenza di una rete di monitoraggio, l’esondazione non viene preannunciata e i fiorentini vengono colti di sorpresa e si trovano a lottare per la vita. Complessivamente saranno 35 le vittime nella regione. Quando l’Arno si ritira, lascia la città sotto 660mila tonnellate di fango. Elemento chiave di questa emergenza è la capacità di risposta della gente comune, della “cittadinanza attiva” arrivata da ogni parte d’Italia e da Paesi esteri per offrire aiuto a una città in ginocchio: “gli angeli del fango”.  </p>\n","value":"<p><strong>Marco Vichi,&nbsp;MORTE A FIRENZE,&nbsp;Tea,&nbsp;ristampa&nbsp;2025</strong><br />\r\n<br />\r\n<em>Attraversando il ponte delle Grazie vide che l’Arno si era ingrossato e rallentò il passo, affascinato da quella massa d’acqua scura che scivolava silenziosa tagliando in due la città.&nbsp;</em>[p.&nbsp;79]<br />\r\n<br />\r\n<em>Senza fermarsi sbirciò oltre la spalletta.&nbsp;L’Arno era sempre più gonfio, fluttuante di spruzzi fangosi, e scorreva veloce producendo un mormorio cupo. Non doveva essere divertente caderci dentro in quel momento</em>. [p. 83]<br />\r\n<br />\r\n<em>Guardavano l’Arno che correva rapido sotto i ponti, gonfio e scuro come non si era mai visto.</em>[p.&nbsp;147]<br />\r\n<em>Vide l’Arno gonfio come il dorso di una balena</em>.&nbsp;[p.&nbsp;153]&nbsp;<br />\r\n<br />\r\n<em>«Hai visto come piove?» disse Rosa, mangiucchiando qualcosa.&nbsp;<br />\r\n«Sono settimane che piove, Rosa.»&nbsp;<br />\r\n«Non così forte… e se fosse il diluvio universale?»<br />\r\n«C’è già stato, Rosa. Non credo che Dio si ripeta.»</em>&nbsp;[p.&nbsp;153]<br />\r\n<em>Alle tre la grande piena dell’Arno arriva a Firenze. Sulla riva sinistra, tra il ponte alle grazie e il ponte Santa Trinità, le fogne rigurgitano fango</em>.&nbsp;[p.&nbsp;161]<br />\r\n<br />\r\n<em>Il rombo del fiume impetuoso sembra un mare forza nove, e la ringhiera di ferro&nbsp;intorno&nbsp;alla statua di&nbsp;Benvenuto&nbsp;Cellini vibra come una corda di contrabbasso.&nbsp;Si sentono i tonfi degli alberi che si&nbsp;abbattono&nbsp;contro i pilastri del ponte. Tra i flutti fangosi si vedono passare cadaveri di mucche, automobili, armadi sfasciati, un grosso pullman che caracolla come una balena morta.</em>&nbsp;[p.&nbsp;162]<br />\r\n<br />\r\n<em>La corrente ha una velocità impressionante, travolge le automobili, sfonda portoni e saracinesche, riversando nelle strade ciò che ha rubato nel Valdarno, animali morti, alberi, mobili fatti a pezzi, bidoni di nafta… Crolla il Lungarno Corsini. Alle otto in via dei Neri, dove abita Rosa, ci sono tre metri d’acqua, e il livello continua a salire…</em>&nbsp;[p.&nbsp;164]<br />\r\n<br />\r\n<em>A un tratto l’acqua ebbe una specie di sobbalzo, e cominciò ad alzarsi più in fretta. In dieci minuti guadagnò più di mezzo metro, correndo sempre più veloce, gorgogliando, trascinando ogni cosa. Le automobili sbattevano nei muri, cozzavano tra di loro, buttavano&nbsp;giù i segnali stradali. Passò uno scaldabagno a tutta birra e colpì l’angolo di piazza Pratellina con un gran botto. Sulla superficie del fango si allungavano le striature nere, oleose, della nafta uscita dalle caldaie. Le persone affacciate al primo piano sparirono una dopo l’altra, e riapparvero poco dopo al piano superiore. Quelli che abitavano nelle case più basse salirono sul tetto, e si sedettero sulle tegole con gli ombrelli sulla testa.</em>&nbsp;[p.&nbsp;168]<br />\r\n<br />\r\n<em>Il tempo si era come fermato. L’unico movimento era la massa melmosa che scorreva nelle strade, guadagnando centimetri sulle facciate dei palazzi. Non si poteva fare nulla, se non aspettare, guardare il mostro di fango che gonfiava tra le case.</em>&nbsp;[p.&nbsp;168]<br />\r\n<br />\r\n<em>Passavano le ore, i minuti, i secondi.&nbsp;Nessuno poteva fare nulla, solo guardare l’acqua putrida che scorreva nella strada. Alle cinque il cielo comincio a scurirsi, e la gente alle finestre lanciava lunghe occhiate verso l’alto.&nbsp;Le persone accovacciate sui tetti sembravano grossi uccelli spauriti. Al chiarore lugubre del tramonto il fiume di fango aveva un’aria terribile, era impossibile non pensare ai fiumi infernali nominati da Dante…&nbsp;Lor corso in questa valle si diroccia, fanno acheronte,&nbsp;stige&nbsp;e&nbsp;flegetonta… poco dopo fu notte. Sui davanzali si accesero le fiammelle di decine di candele, e la fuga dei palazzi diventò il colombario di un enorme cimitero. Il fiume di melma rallentò ancora, sciaguattando morbidamente contro i muri delle case. A un tratto si fermò del tutto, e sul quartiere calò un silenzio di tomba. Era lo stesso silenzio opprimente che Bordelli aveva sentito durante la guerra, in certe notti d’inverno</em>.&nbsp;[pp.&nbsp;170-171]<br />\r\n<br />\r\n<em>Poche ore prima due candele non erano nulla,&nbsp;ma la furia dell’Arno aveva sovvertito l’ordine dei valori.</em>&nbsp;[p.&nbsp;172]&nbsp;<br />\r\n<br />\r\n<em>Sotto il cielo limpido, lo spettacolo era ancora più desolante. Il fango se n’era andato quasi del tutto, lasciando in regalo automobili sfasciate, portoni sfondati e saracinesche sventrate, macerie di ogni genere portare dalla furia della corrente. Una spessa riga di nafta ancora umida segnava i muri a più di tre metri d’altezza. In lontananza si sentiva il suono lamentoso di molte sirene, e il motore regolare degli elicotteri. I fantasmi della notte cominciavano a uscire di casa, pallidi, sfiniti, lo sguardo incredulo. Sciaguattavano nella melma con gli stivali o con le scarpe fasciate da sacchetti di plastica legati alle caviglie.&nbsp;</em>[p.&nbsp;174]<br />\r\n<br />\r\n<em>Un’anta del portone pendeva da un cardine, l’altra era stata divelta e galleggiava nell’atrio. Lo scostò con le mani e uscì in strada, con l’acqua poco sotto il ginocchio.&nbsp;L’aria era irrespirabile. Le figure umane che si muovevano trai mucchi di detriti sembravano anime dannate.&nbsp;In fondo alla via, dalla parte di borgo San Frediano, un albero si era incastrato nel vano di un portone.&nbsp;Sembrava di essere in una città bombardata</em>.&nbsp;[pp.&nbsp;174-175]<br />\r\n<br />\r\n<strong><em>Un popolo di scope ramazzava il fango fuori dagli androni&nbsp;e i detriti delle botteghe venivano ammassati sul&nbsp;marciapiede.&nbsp;Sembrava di vedere l'Italia dell'immediato dopoguerra, o forse anche peggio.&nbsp;</em></strong><em>Una donnina con un fazzoletto legato sotto&nbsp;il&nbsp;mento piangeva in silenzio, trasportando fuori dalla sua bottega mucchi di verdura imputridita.&nbsp;Quando sbucò in piazza Nazario Sauro, senti l'Arno che rumoreggiava. La piazzetta era ingombra di macchine sfa</em><em>sciate, alcune a pancia all'aria. Una 850 contorta era finita di traverso sopra il tetto di una grossa berlina. Chissà quanto tempo ci sarebbe voluto, per rimettere le cose a posto.&nbsp;Prosegui in via di Santo Spirito.&nbsp;Dappertutto la scena era la stessa. Distruzione, macerie, fango.&nbsp;Facce ingrugnite e olio di gomito. Ogni tanto si sentiva volare una battuta amara, e qualcuno sorrideva di traverso. Lo strato di melma puzzolente che stagnava nelle strade rendeva ancora più lugubre una città attraversata nei secoli da sanguinose congiure, da intrighi feroci, tradimenti, inganni, imbrogli, una città da sempre dominata da tensioni morbose dissimulate sotto la falsa giocosità di una battuta. Con le lacrime agli occhi si spalava il fango e si scherzava già sull'alluvione, si inventavano barzellette nell'eterno sforzo di non soccombere</em><br />\r\n<br />\r\n<em>E&nbsp;adesso Firenze tremava,&nbsp;perché il suo tesoro era stato inzaccherato dal fango.&nbsp;Ricchi o poveri non faceva alcuna differenz</em>a.&nbsp;[p.&nbsp;179]&nbsp;<br />\r\n<br />\r\n<em>Più avanti un barcone di legno scivolava silenzioso sul fango, trasportando vecchi e bambini</em>.&nbsp;[p.&nbsp;181]<br />\r\n<br />\r\n<em>«Dal terrazzino ho visto tutto… l’acqua saliva, saliva… correva sempre più forte…le macchine sbattevano contro i muri… sembravano bombe… ho visto passare anche dei morti… oddio che paura»</em>&nbsp;[p.&nbsp;181]<br />\r\n<br />\r\n<em>Dappertutto era la stessa cosa: cadaveri di animali, alberi sradicati, scaldabagni,&nbsp;televisori, cumuli di frutta ridotta in poltiglia e centinaia di carcasse di automobili da regalare&nbsp;agli sfasciacarrozze. Vide addirittura&nbsp;una distesa di pesci morti e un paio di barconi arenati.&nbsp;Nelle zone ormai libere dall'acqua, i mucchi di rifiuti ammassati fuori dai negozi erano sempre più alti. Il puzzo di nafta&nbsp;ammorbava l'aria fino a stordire, soprattutto nelle vie più strette.&nbsp;Ogni tanto si vedevano passare mezzi anfibi dell'esercito, qualche jeep, camion dei pompieri e ambulanze.&nbsp;Il suono delle sirene rotolava sui tetti e spandeva sulla città un doloroso senso incertezza, ma il rumore più familiare era quello delle scope che strusciavano sul fango.&nbsp;La porta di piazza Beccaria sbocciava in mezzo a un mucchio&nbsp;di automobili finite una sull'altra. Le vie di accesso al centro&nbsp;erano bloccate&nbsp;dai&nbsp;mezzi militari. Sui vial</em><em>i c'era traffico, e le ruote biascicavano nella melma. Bordelli attraverso la piazza e imbocco via&nbsp;Gioberti, guardando la riga nera della nafta che attraversava le finestre del primo piano.&nbsp;[…]&nbsp;Come si aspettava, il famoso portone era stato sfondato dall'acqua. Scavalcò la soglia per toccare con mano la sua sconfitta. Quattro stanze, completamente devastate dal fango. I pavimenti erano cosparsi di detriti. Una porticina conduceva in un sottosuolo,&nbsp;pieno d'acqua fino all'orlo. Accese l'ultima sigaretta e buttò il pacchetto per terra</em><strong><em>.&nbsp;</em></strong><em>L'Arno aveva cancellato l'ultima speranza, aveva tagliato l'unico sottilissimo filo che avrebbe potuto, forse, portare fuori dal labirinto</em>.&nbsp;[pp.&nbsp;182-183]<br />\r\n<br />\r\n<em>La confusione aumentava di ora in ora. I volontari arrivavano dai quartieri non alluvionati, dalle città e dai paesi vicini,&nbsp;dalle altre regioni e alcuni anche dall'estero. Erano donne e uomini di tutte le età.&nbsp;Da Siena arrivò un intero camion di pane, pagato da un privato. Alcuni negozianti portavano spontaneamente generi alimentari presi nei loro magazzini.&nbsp;[…]&nbsp;In mezzo a piazza Santa Croce l'enorme Dante di marmo osservava schifato la melma puzzolente che stagnava ai suoi divini piedi, e i suoi occhi sdegnati sembravano brillare di una luce cattiva. Tutto intorno, saracinesche e portoni sventrati, auto sfasciate, frantumi di mobilia, ferraglia contorta, enormi fasci di sterpaglie, cumuli di fango, carcasse di animali e alberi portati da chissà dove. Una bomba avrebbe fatto meno danno. Il puzzo prendeva alla gola.&nbsp;Sulla facciata bianca della chiesa spiccava una spessa riga nera. Sembrava impossibile che l'acqua fosse arrivata così in alto.&nbsp;Dopo il tramonto, dall'alto del Piazzale Michelangelo fu acceso&nbsp;un potente riflettore militare per illuminare la piccola Piazza dei Cavalleggeri,&nbsp;dove decine di studenti e di&nbsp;studentesse&nbsp;continuavano senza sosta a passarsi di mano in mano&nbsp;i preziosi&nbsp;libri della Biblioteca Nazionale.&nbsp;Si ritrovò nella notte sopra un barcone di legno, nelle vie ancora allagate di Gavinana, a scivolare sull'acqua stagnante con una lampada in mano... Caron dimonio, con occhi di bra&nbsp;gia...&nbsp;</em>[pp.&nbsp;189-190]<br />\r\n<br />\r\n<em>Dissero che a Firenze le cose stavano tornando alla normalità, ma i fiorentini sapevano bene che era una balla.&nbsp;Nelle strade c'erano ancora tonnellate di fango e di detriti e migliaia di carcasse di auto da portare via. In alcune zone mancava la luce, il telefono, il gas, e addirittura l'acqua. Molti negozianti e artigiani avevano perso tutto e non avevano la possibilità di ricominciare il loro lavoro. Centinaia di famiglie non potevano ancora rientrare nelle loro case, ed erano state sistemate negli alberghi a spese del comune. Le autopompe lavoravano giorno e notte per togliere il fango dai sotterranei degli edifici pubblici, e migliaia di uomini, di donne, di militari e di studenti sguazzavano ancora nel fango. Code per i viveri allo stadio, davanti ai rari negozi aperti, intorno alle autobotti. L'ospedale di Careggi pieno come un uovo. Senza contare le opere d'arte e le migliaia di libri antichi ricoperti di fango e di nafta. E nella provincia le cose stavano anche peggio... Eccola, la normalità</em>.&nbsp;[p.&nbsp;320]</p>\r\n\r\n<p>Nella notte tra il&nbsp;<strong>3 e il 4 novembre&nbsp;del 1966</strong>,&nbsp;dopo giorni di pioggia incessante,&nbsp;l’Arno esonda&nbsp;e allaga Firenze. In assenza di una rete di monitoraggio, l’esondazione non viene preannunciata e i fiorentini vengono colti di sorpresa e si trovano a lottare per la vita. Complessivamente saranno 35 le vittime nella regione. Quando l’Arno si ritira, lascia la città sotto 660mila tonnellate di fango. Elemento chiave di questa emergenza è la capacità di risposta della gente comune, della “cittadinanza&nbsp;attiva” arrivata da ogni parte d’Italia e da Paesi esteri per offrire aiuto a una città in ginocchio: “gli angeli del fango”. &nbsp;</p>\r\n"},"field_abstract":null,"field_categoria_primaria":"pagina","field_codice_lingua":false,"fields":{"slug":"/pagina-base/lalluvione-di-firenze-del-1966-nel-racconto-di-marco-vichi/"},"relationships":{"field_sottodominio":{"name":"Eventi"},"field_immagine_anteprima":null,"field_immagine_dettaglio":{"field_alt":"Copertina Vichi 1966","relationships":{"image":{"localFile":{"publicURL":"/static/c1e499850bebd0be0a3b8103956e14c0/vichi.png","childImageSharp":{"fluid":{"aspectRatio":0.6688963210702341,"src":"/static/c1e499850bebd0be0a3b8103956e14c0/ee604/vichi.png","srcSet":"/static/c1e499850bebd0be0a3b8103956e14c0/69585/vichi.png 200w,\n/static/c1e499850bebd0be0a3b8103956e14c0/497c6/vichi.png 400w,\n/static/c1e499850bebd0be0a3b8103956e14c0/ee604/vichi.png 800w,\n/static/c1e499850bebd0be0a3b8103956e14c0/31987/vichi.png 1000w","sizes":"(max-width: 800px) 100vw, 800px"}}}}}}}}}},"field_video_content":null,"field_immagine_anteprima":{"field_alt":"Evento racconto Vichi 1966","field_didascalia":"Evento racconto Vichi 1966","relationships":{"image":{"localFile":{"publicURL":"/static/9c05f5bafd6b5be11e8960b2ce0dee40/evento-vichi.png","childImageSharp":{"fluid":{"aspectRatio":1.5037593984962405,"src":"/static/9c05f5bafd6b5be11e8960b2ce0dee40/ee604/evento-vichi.png","srcSet":"/static/9c05f5bafd6b5be11e8960b2ce0dee40/69585/evento-vichi.png 200w,\n/static/9c05f5bafd6b5be11e8960b2ce0dee40/497c6/evento-vichi.png 400w,\n/static/9c05f5bafd6b5be11e8960b2ce0dee40/ee604/evento-vichi.png 800w","sizes":"(max-width: 800px) 100vw, 800px"}}}}}}}},{"field_evento_timeline_attivo":false,"body":null,"title":"Io ero troppo piccolo per capire, ma in seguito sentii più volte narrare questi ricordi, entrati nella memoria collettiva nazionale grazie all'opera entusiasta dei giovani «angeli del fango».","field_titolo_esteso":"Io ero troppo piccolo per capire, ma in seguito sentii più volte narrare questi ricordi, entrati nella memoria collettiva nazionale grazie all'opera entusiasta dei giovani «angeli del fango».","field_data_evento":"1966-11-03T11:07:21+01:00","relationships":{"field_link_evento_timeline":{"field_link":null,"relationships":{"field_link_interno":{"__typename":"node__page","title":"L’alluvione di Firenze del 1966 nel racconto di Luca Mercalli  ","field_titolo_esteso":"L’alluvione di Firenze del 1966 nel racconto di Luca Mercalli  ","body":{"processed":"<p><strong>Luca Mercalli, Breve storia del clima in Italia, Einaudi 2025</strong> </p>\n<p><em>Nel novembre 1966 avevo poco più di otto mesi d'età. Mio padre da Torino fu inviato dall'azienda di macchine tipografiche per la quale lavorava a portare soccorso alle tipografie fiorentine invase dalle acque dell'Arno. Quando tornò raccontò del fango argilloso, della nafta e del creosoto che avevano avvolto ogni cosa con il loro untume e i loro miasmi, i bancali di carta infradiciati, i caratteri tipografici allora ancora in uso e le prime moderne rotative ricoperte di melma. Si spazzava, si lavava via la mota, si recuperava ciò che era possibile recuperare, si buttava in grandi montagne di rifiuti ciò che era danneggiato irrimediabilmente. <strong>Io ero troppo piccolo per capire, ma in seguito sentii più volte narrare questi ricordi, entrati nella memoria collettiva nazionale grazie all'opera entusiasta dei giovani «angeli del fango».</strong></em>[p. 166]</p>\n<p>Nella notte tra il <strong>3 e il 4 novembre del 1966</strong>, dopo giorni di pioggia incessante, l’Arno esonda e allaga Firenze. In assenza di una rete di monitoraggio, l’esondazione non viene preannunciata e i fiorentini vengono colti di sorpresa e si trovano a lottare per la vita. Complessivamente saranno 35 le vittime nella regione. Quando l’Arno si ritira, lascia la città sotto 660mila tonnellate di fango. Elemento chiave di questa emergenza è la capacità di risposta della gente comune, della “cittadinanza attiva” arrivata da ogni parte d’Italia e da Paesi esteri per offrire aiuto a una città in ginocchio: “gli angeli del fango”.  </p>\n","value":"<p><strong>Luca Mercalli, Breve storia del clima in Italia, Einaudi 2025</strong>&nbsp;<br />\r\n<br />\r\n<em>Nel novembre 1966 avevo poco più di otto mesi d'età. Mio padre da Torino fu inviato dall'azienda di macchine tipografiche per la quale lavorava a portare soccorso alle tipografie fiorentine invase dalle acque dell'Arno. Quando tornò raccontò del fango argilloso, della nafta e del creosoto che avevano avvolto ogni cosa con il loro untume e i loro miasmi, i bancali di carta infradiciati, i caratteri tipografici allora ancora in uso e le prime moderne rotative ricoperte di melma. Si spazzava, si lavava via la mota, si recuperava ciò che era possibile recuperare, si buttava in grandi montagne di rifiuti ciò che era danneggiato irrimediabilmente. <strong>Io ero troppo piccolo per capire, ma in seguito sentii più volte narrare questi ricordi, entrati nella memoria collettiva nazionale grazie all'opera entusiasta dei giovani «angeli del fango».</strong></em>[p.&nbsp;166]</p>\r\n\r\n<p>Nella notte tra il&nbsp;<strong>3 e il 4 novembre&nbsp;del 1966</strong>,&nbsp;dopo giorni di pioggia&nbsp;incessante, l’Arno esonda e allaga Firenze. In assenza di una rete di monitoraggio, l’esondazione non viene preannunciata e i fiorentini vengono colti di sorpresa e si trovano a lottare per la vita. 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Il terremoto del 1968, le lotte civili, gli scandali sulla ricostruzione dell’ultima periferia d’Italia, Infinito Edizioni 2018 </strong></p>\n<p><strong><em>Per un tragico paradosso, lo stesso giorno in cui alcune delle sue città vengono distrutte o profondamente danneggiate, la Valle del Belice inizia a esistere per gran parte d'Italia</em></strong><em>. Fino al giorno prima, di questa zona ai margini del nostro Paese, caratterizzata da una storia antica e ricca, si sapeva ben poco. <br />\nÈ il 15 gennaio 1968. Il terremoto fa crollare i muri delle case e squarcia il velo che nasconde le misere condizioni di vita dei suoi abitanti, catturati dagli obiettivi e dalle macchine da presa dei giornalisti e dei fotografi. L'Italia scopre in questo modo una delle sue zone più arretrate economicamente, con un tasso di disoccupazione altissimo e un tasso di alfabetizzazione ancora troppo basso</em>. [p. 53]</p>\n<p><em>La prima scossa di terremoto, all'una e trenta del pomeriggio di domenica 14 gennaio, viene avvertita in tutta la Sicilia occidentale, dalla provincia di Trapani a quelle di Palermo e Agrigento, ma non provoca gravi danni. A Palermo gli abitanti che hanno i telefoni in casa chiamano amici e parenti per scambiarsi sensazioni su ciò che è appena accaduto. Nel pomeriggio seguono altre scosse e le autorità mobilitano in via prudenziale polizia, carabinieri e vigili del fuoco'. Quella sera alcuni abitanti della Valle del Belice decidono di trascorrere la notte nei casolari di campagna, ritenuti più sicuri perché avrebbero consentito di uscire agevolmente fuori, in caso di emergenza, e di trovarsi in uno spazio aperto senza altri edifici intorno.</em></p>\n<p><em>La famiglia di mio padre, a Calatafimi, sceglie di dormire dentro l'automobile del nonno, una Fiat 850 bianca. Sono parcheggiati nello spiazzo tra la strada statale e l'Ossario di Pianto Romano, lì dove sè fatta l'Italia con Garibaldi. Oltre a loro, nell'ampio sterrato alle porte del paese c'è solo un'altra macchina. Da sotto le coperte che hanno portato per scaldarsi, date le temperature molto basse, guardano le luci di Calatafimi.</em></p>\n<p><em>La famiglia di mia madre invece vive a Castelvetrano. Quella notte loro rimangono a dormire in casa. L'automobile non ce l'hanno e comunque non ci entrerebbero tutti, dato che sono nove in famiglia.</em></p>\n<p><em>Madre, padre e sette figli. Mia mamma, che ha undici anni, dorme nel divano-letto della cameretta con le sue sorelle più piccole. La minore, mia zia Anna, non ha neanche cinque anni. Di colpo sentono un boato e sembra che la stanza sia illuminata a giorno. Il muro di fronte a loro si spacca in due. Mia madre tira la coperta sopra la sua testa e quella delle sorelle. </em>[pp.67 – 68] </p>\n<p><em>Gli abitanti della Valle del Belice, svegliati dalla scossa, si affrettano a uscire di casa e a mettersi al sicuro all'aperto. Alcuni di loro stanno ancora lasciando le loro case quando arriva la scossa più forte, quella distruttiva, delle 3,02 della notte. Si sente il boato di paesi interi che crollano: le case di tufo, costruite coi risparmi di una vita o le rimesse degli emigrati, si spezzano. Alcune seppelliscono i loro abitanti.</em></p>\n<p><em>A Santa Margherita Belice crollano molte case, tutte le chiese e l'antico palazzo dei principi Filangeri di Cutò, dove aveva trascorso le sue estati lo scrittore Giuseppe Tomasi di Lampedusa traendo ispirazione per Il Gattopardo. Al momento del crollo i presenti sentono il suono delle campane del palazzo e della chiesa madre e si ricordano di un'antica profezia secondo la quale le campane del palazzo Cutò, ferme da molti anni, sarebbero tornate a suonare quando il paese sarebbe crollato. </em>[p.69]</p>\n<p><strong>14 gennaio 1968</strong>. Un terremoto di magnitudo 6.4 devasta la Valle del Belice, in Sicilia. La gestione dell’emergenza si rivela fallimentare per la mancanza di coordinamento tra le forze in campo. La ricostruzione sarà molto lunga, con i centri abitati riedificati in luoghi distanti da quelli colpiti dal terremoto.</p>\n","value":"<p><strong>Anna Ditta,&nbsp;Belice. Il terremoto del 1968, le lotte civili, gli scandali sulla ricostruzione dell’ultima periferia d’Italia,&nbsp;Infinito Edizioni&nbsp;2018&nbsp;</strong><br />\r\n<br />\r\n<strong><em>Per un tragico paradosso, lo stesso giorno in cui alcune delle sue città vengono distrutte o profondamente danneggiate, la Valle del Belice inizia a esistere per gran parte d'Italia</em></strong><em>. Fino al giorno prima, di questa zona ai margini del nostro Paese, caratterizzata da una storia antica e ricca, si sapeva ben poco.&nbsp;<br />\r\nÈ il 15 gennaio 1968. Il terremoto fa crollare i muri delle case e squarcia il velo che nasconde le misere condizioni di vita dei suoi abitanti, catturati dagli obiettivi e dalle macchine da presa dei giornalisti e dei fotografi. L'Italia scopre in questo modo una delle sue zone più arretrate economicamente, con un tasso di disoccupazione altissimo e un tasso di alfabetizzazione ancora troppo basso</em>. [p. 53]<br />\r\n<br />\r\n<em>La prima scossa di terremoto, all'una e trenta del pomeriggio di domenica 14 gennaio, viene avvertita in tutta la Sicilia occidentale, dalla provincia di Trapani a quelle di Palermo e Agrigento, ma non provoca gravi danni. A Palermo gli abitanti che hanno i telefoni in casa chiamano amici e parenti per scambiarsi sensazioni su ciò che è appena accaduto. Nel pomeriggio seguono altre scosse e le autorità mobilitano&nbsp;in via prudenziale polizia, carabinieri e vigili del fuoco'. Quella sera alcuni abitanti della Valle del Belice decidono di trascorrere la notte nei casolari di campagna, ritenuti più sicuri perché avrebbero consentito di uscire agevolmente fuori, in caso di emergenza, e di trovarsi in uno&nbsp;spazio aperto senza altri edifici intorno.</em><br />\r\n<br />\r\n<em>La famiglia di mio padre, a Calatafimi, sceglie di dormire dentro l'automobile del nonno, una Fiat 850 bianca. Sono parcheggiati nello spiazzo tra la strada statale e l'Ossario di Pianto Romano, lì dove&nbsp;sè&nbsp;fatta l'Italia con Garibaldi. Oltre a loro, nell'ampio sterrato alle porte del paese c'è solo un'altra macchina. Da sotto le coperte che hanno portato per scaldarsi, date le temperature molto basse, guardano le luci di Calatafimi.</em><br />\r\n<br />\r\n<em>La famiglia di mia madre invece vive a Castelvetrano. Quella notte loro rimangono a dormire in casa. L'automobile non ce l'hanno e comunque non ci entrerebbero tutti, dato che sono nove in famiglia.</em><br />\r\n<br />\r\n<em>Madre, padre e sette figli. Mia mamma, che ha undici anni, dorme nel divano-letto della cameretta con le sue sorelle più piccole. La minore, mia zia Anna, non ha neanche cinque anni. Di colpo sentono un boato e sembra che la stanza sia illuminata a giorno. Il muro di fronte a loro si spacca in due. Mia madre tira la coperta sopra la sua testa e quella delle sorelle.&nbsp;</em>[pp.67&nbsp;–&nbsp;68]&nbsp;<br />\r\n<br />\r\n<em>Gli abitanti della Valle del Belice, svegliati dalla scossa, si affrettano a uscire di casa e a mettersi al sicuro all'aperto. Alcuni di loro stanno ancora lasciando le loro case quando arriva la scossa più forte, quella distruttiva, delle 3,02 della notte. Si sente il boato di paesi interi che crollano: le case di tufo, costruite coi risparmi di una vita o le rimesse degli emigrati, si spezzano. Alcune seppelliscono i loro abitanti.</em><br />\r\n<br />\r\n<em>A Santa Margherita Belice crollano molte case, tutte le chiese e l'antico palazzo dei principi Filangeri di&nbsp;Cutò, dove aveva trascorso le sue estati lo scrittore Giuseppe Tomasi di Lampedusa traendo ispirazione per Il Gattopardo. Al momento del crollo i presenti sentono il suono delle campane del palazzo e della chiesa madre e si ricordano di un'antica profezia secondo la quale le campane del palazzo&nbsp;Cutò, ferme da molti anni, sarebbero tornate a suonare quando il paese sarebbe crollato.&nbsp;</em>[p.69]<br />\r\n<br />\r\n<strong>14 gennaio 1968</strong>. Un terremoto di magnitudo 6.4 devasta la Valle del Belice, in Sicilia.&nbsp;La gestione dell’emergenza si rivela fallimentare per la mancanza di coordinamento tra le forze in campo. 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Gibellina è un altro dei paesi rasi al suolo dal terremoto del '68. </em><strong><em>Ma a Gibellina non hanno le rovine, i perimetri delle case intasati di fango, la matrice sventrata, le scarpe e i giornali. Gibellina nuova è lontanissima dal paese dov'era. </em></strong><strong><em>Del paese vecchio non è restata traccia: al suo posto c'è un'opera d'arte</em></strong><em>, il Cretto di Burri.</em></p>\n<p><em>Come fanno a Gibellina, si domanda Giuseppe, a diventare adulti? Giuseppe odia il Cretto. Non lo odia solo Giuseppe. Tutti i suoi amici odiano il Cretto. Dicono: questa colata bianca di cemento, che è? Ha tolto il vecchio paese. Ora che c'è sopra questa cosa, non ci si può più tornare.</em></p>\n<p><em>Io amo il Cretto. Prende la forma della collina, è più chiaro del cemento, è bianco accecante, sembra gesso, ma non è friabile come il gesso. All'interno è attraversato da isolati e strade monocrome e indistinte: il tracciato viario di Gibellina. Sta dov'era la vecchia città. È una traccia che ne mantiene la memoria. [p.15]</em></p>\n<p><em>Stavano uscendo dal portone quando hanno sentito la scossa. Era quella del 14 all'ora di pranzo.</em></p>\n<p><em>Lorenzo racconta che da una porta a pianterreno è uscito un uomo, ha agguantato il figlio: «Dintra, disgraziato, chi c'è lu tirrimotu».</em></p>\n<p><em>Poi, di bocca in bocca, «tirrimotu, tirrimotu, tirrimotu», si è diffusa la notizia. Voci dicevano che quella notte alle dieci ci sarebbe stata la fine del mondo, la fonte pare che fossero i sogni. Di sogni premonitori ho sentito dire.</em></p>\n<p><em>Padre Mariano nel suo libro racconta di un signore di Salaparuta che «venne quasi avvertito nel sogno di prendere la sua figliola che vedeva vestita di bianco e volante come una farfalla assieme alla moglie e di andare via». [p.33]</em></p>\n<p><em>Era gennaio, faceva un gran freddo, i termosifoni erano spenti. Ci scaldavamo in cucina, attorno a una tazza di tè. Ho chiesto cosa ricordavano del terremoto. Mi ha risposto Angela.</em></p>\n<p><em>«Noi eravamo emigrati in Australia, emigrati dal 62, siccome i genitori di mia madre erano molto anziani abbiamo deciso di trascorrere il Natale del 1967 a Partanna. Siamo arrivati il 14 dicembre per rimanere due mesi. Perciò, il 14 gennaio c'è stato il terremoto e abbiamo trascorso un mese sotto le tende.</em></p>\n<p><em>«Il 14 c'è stata la prima scossa, siamo usciti fuori, lì per lì sembrava una cosa passeggera, una cosa lieve. La popolazione era un po' spaventata. E la sera è venuto il fratello di mio padre che ci ha portato in campagna da lui. Abbiamo acceso il fuoco e ci siamo messi a dormire dentro il caseggiato in campagna, non conoscendo i rischi che questo poteva comportare. Tutto a un tratto durante la notte c'è stata una fortissima scossa e siamo usciti. C'era la neve. Scalzi, mezzi vestiti e mezzi no. Dalla campagna si vedeva a specchio Santa Ninfa, Santa Ninfa era tutto illuminato.</em></p>\n<p><em>«Subito dopo c'è stata un'altra scossa molto forte e abbiamo sentito un insieme di grida, di sassi che rotolavano, un grandissimo boato e a un tratto le luci si sono spente e si vedeva tutt'attorno, in campagna, tutto buio. E non sapevamo se a Partanna i nostri parenti, i nostri amici erano vivi, erano morti, se il paese era completamente distrutto o meno». </em>[pp.36-37]</p>\n<p><em>Dall'altra parte della piccola vallata, Salaparuta doveva essere stata bella, c'era un intero quartiere cinquecentesco. Era articolata, una trama di quartieri, più antichi, più recenti, ognuno con una targa messa qualche decennio fa per ricordare. Non c'erano case sventrate o mura, era restato giusto il perimetro delle costruzioni, sassi accatastati. Tra i quartieri antichi e quelli nuovi, nessuna distinzione. Non c'era più l'arancio del tufo nella sera, tutto era scuro, cupo, bruno. Salaparuta era nera come se invece di un terremoto fosse stata distrutta da un incendio. Sulla provinciale che una volta attraversava il paese c'era l'insegna blu della banca quasi per terra, l'agenzia si era accartocciata su sé stessa. A vederla, poteva essere venuta giù ieri, la polvere poteva essersi sparsa con il crollo. C'era una salita piena di ghiaia e polvere tra due ali di crolli, il corso, la strada principale del paese. [p.43]</em></p>\n<p><strong>14 gennaio 1968</strong>. Un terremoto di magnitudo 6.4 devasta la Valle del Belice, in Sicilia. La gestione dell’emergenza si rivela fallimentare per la mancanza di coordinamento tra le forze in campo. La ricostruzione sarà molto lunga, con i centri abitati riedificati in luoghi distanti da quelli colpiti dal terremoto. </p>\n","value":"<p><strong>Carola Susani,&nbsp;L'infanzia è un terremoto, Laterza, 2008</strong><br />\r\n<br />\r\n<em>I ragazzi di Montevago guardano con pietà quelli di Gibellina. 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All'interno è attraversato da isolati e strade monocrome e indistinte: il tracciato viario di Gibellina. Sta dov'era la vecchia città. È una traccia che ne mantiene la memoria.&nbsp;[p.15]</em><br />\r\n<br />\r\n<em>Stavano uscendo dal portone quando hanno sentito la scossa. Era quella del 14 all'ora di pranzo.</em><br />\r\n<br />\r\n<em>Lorenzo racconta che da una porta a pianterreno è uscito un uomo, ha agguantato il figlio: «Dintra, disgraziato, chi c'è&nbsp;lu&nbsp;tirrimotu».</em><br />\r\n<br />\r\n<em>Poi, di bocca in bocca, «tirrimotu,&nbsp;tirrimotu,&nbsp;tirrimotu», si è diffusa la notizia. Voci dicevano che quella notte alle dieci ci sarebbe stata la fine del mondo, la fonte pare che fossero i sogni. 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Perciò, il 14 gennaio c'è stato il terremoto e abbiamo trascorso un mese sotto le tende.</em><br />\r\n<br />\r\n<em>«Il 14 c'è stata la prima scossa, siamo usciti fuori, lì per&nbsp;lì&nbsp;sembrava una cosa passeggera, una cosa lieve. La popolazione era un po' spaventata. E la sera è venuto il fratello di mio padre che ci ha portato in campagna da lui. Abbiamo acceso il fuoco e ci siamo messi a dormire dentro il caseggiato in campagna, non conoscendo i rischi che questo poteva comportare. Tutto a un tratto durante la notte c'è stata una fortissima scossa e siamo usciti. C'era la neve. Scalzi, mezzi vestiti e mezzi no. Dalla campagna si vedeva a specchio Santa&nbsp;Ninfa, Santa Ninfa era tutto illuminato.</em><br />\r\n<br />\r\n<em>«Subito dopo c'è stata un'altra scossa molto forte e abbiamo sentito un insieme di grida, di sassi che rotolavano, un grandissimo boato e a un tratto le luci si sono spente e si vedeva tutt'attorno, in campagna, tutto buio. E non sapevamo se a Partanna i nostri parenti, i nostri amici erano vivi, erano morti, se il paese era completamente distrutto o meno».&nbsp;</em>[pp.36-37]<br />\r\n<br />\r\n<em>Dall'altra parte della piccola vallata, Salaparuta doveva essere stata bella, c'era un intero quartiere cinquecentesco. Era articolata, una trama di quartieri, più antichi, più recenti, ognuno con una targa messa qualche decennio fa per&nbsp;ricordare. Non c'erano case sventrate o mura, era restato giusto il perimetro delle costruzioni, sassi accatastati. Tra i quartieri antichi e quelli nuovi, nessuna distinzione. Non c'era più l'arancio del tufo nella sera, tutto era scuro, cupo, bruno. Salaparuta era nera come se invece di un terremoto fosse stata distrutta da un incendio. Sulla provinciale che una volta attraversava il paese c'era l'insegna blu della banca quasi per terra, l'agenzia si era accartocciata su&nbsp;sé&nbsp;stessa. 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Era stato in Val Resia, sulle Prealpi Friulane, dopo il catastrofico terremoto del 1976. Mi ero appena steso nella tendina alla fine di una giornata di lavoro con altri volontari. Intorno, montagne arcigne, spopolate, inospitali, segnate da immani cicatrici.</em></p>\n<p><strong><em>Fu in quel momento che il boato arrivò, senza preavviso e con alcuni secondi di anticipo sullo scossone vero e proprio. Un basso profondo, dalle tonalità infernali, emesso da un esercito di tromboni, fagotti, oboi e corni inglesi, passò dal terreno direttamente ai miei polmoni attraversandomi il corpo.</em> </strong></p>\n<p><em>Dopo un’attesa che parve interminabile, le rupi cominciarono a contorcersi e a crollare, mentre l’attrito spaventoso fra gli strati di roccia sprigionava odore di zolfo. Momenti in cui ti senti un nulla.</em> [pp.18 – 19] </p>\n<p><strong>Il 6 maggio 1976</strong> un terremoto di magnitudo 6.5 colpisce duramente il Friuli e in particolare la media valle del Fiume Tagliamento, coinvolgendo oltre cento paesi nelle Province di Udine e Pordenone. Il terremoto, avvertito in quasi tutta l’Italia centro-settentrionale, è seguito da numerose repliche, alcune delle quali molto forti. Il 15 settembre una nuova scossa di magnitudo 5.9 provoca ulteriori distruzioni. Perdono la vita complessivamente 965 persone.  </p>\n","value":"<p><strong>Paolo Rumiz,&nbsp;Una voce dal profondo,&nbsp;Feltrinelli&nbsp;2023</strong><br />\r\n<br />\r\n<em>Ripensai, quella notte, che avevo già sentito la voce del Profondo. Era stato in Val Resia, sulle Prealpi Friulane, dopo il catastrofico terremoto del 1976. Mi ero appena steso nella tendina alla fine di una giornata di lavoro con altri volontari. 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Sollevò la testa e tese le orecchie come una marmotta di vedetta.</em></p>\n<p><strong><em>Un boato, come l'urlo cavernoso di un orco arrabbiato, mescolato ai suoi passi pesanti. </em></strong><br /><strong><em>Il terremoto.</em></strong>[p. 32]</p>\n<p><em>C’è un piccolo seme nel cuore dei friulani, orgoglioso, che freme e non permette a nessuno di avvicinarsi troppo. È diffidente e spinge il friulano ad arrangiarsi da solo, anche nelle peggiori difficoltà. Ecco cosa permeava il cuore di Elvira, vedendo la sua terra violata prima dall’Orcolàt e poi dagli stranieri: giornalisti, politici e militari, ma anche macerie, calcinacci, rovine e infine un senso di smarrimento, misto alla voglia di riprendersi presto, di tornare padroni della propria vita.</em> [pp. 47-48]</p>\n<p><em>Ogni notte si ritrovava in una terra oscillante che urlava con terrore. Si ritrovava tra le braccia dell’Orcolàt che la scuoteva e la faceva precipitare dentro una voragine di terra. Si sentiva soffocare ed era schiacciata da detriti e materiale informe.</em> [p. 61]</p>\n<p><em>Era iniziata così la ripresa del Friuli, terra di emigranti, destinata allo spopolamento: con morte e distruzione. Ma poi il carattere forte e temprato dei suoi abitanti aveva aperto mille porte, al lavoro e alla rinascita.</em> </p>\n<p><em>Così, con le maniche arrotolate e una gran voglia di lavorare e di riprendersi da quanto era successo, i friulani diedero un senso a tante perdite umane e materiali, onorando la memoria di tanti morti.</em> [p. 82]</p>\n<p><strong>Il 6 maggio 1976 </strong>un terremoto di magnitudo 6.5 colpisce duramente il Friuli e in particolare la media valle del Fiume Tagliamento, coinvolgendo oltre cento paesi nelle Province di Udine e Pordenone. Il terremoto, avvertito in quasi tutta l’Italia centro-settentrionale, è seguito da numerose repliche, alcune delle quali molto forti. 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Erano già trascorsi più di sei minuti e Roger Waters doveva ancora squarciare con la voce l'incanto di un tema musicale che sembra non voler mai iniziare davero, quando - erano le 21.00.13 - ci fu la lunga scossa.</em></p>\n<p><em>La corrente saltò subito: Mario e i suoi familiari - oltre ai genitori, in casa c'erano in visita anche la sorella Anny, di tre anni più grande, con il marito Gianpiero e i loro bambini, Carlo e Francesca - rimasero completamente al buio e cercarono di uscire in strada. Per puro caso, la potenza delle vibrazioni attivò la levetta del microfono, dirottando la registrazione dal giradischi - ormai fermo per la mancanza di elettricità - ai suoni dell'ambiente, mentre il mangiacassette, alimentato a batterie, continuava a registrare.</em></p>\n<p><em>Quell'audio angosciante, oggi disponibile su YouTube, rimane una tra le testimonianze simbolo della tragedia.</em></p>\n<p><em>Si sentono la batteria e il basso, la chitarra e il synth di Shine On You Crazy Diamond, con in sottofondo i fruscii tipici delle tecnologie dell'epoca, che all'improvviso si distorcono, diventando striduli e poi si interrompono del tutto.</em></p>\n<p><em>Si percepisce un boato, poi il ticchettio del braccio del giradischi che sembra «stenografare» l'intensità del sisma. Si distinguono l'oscillazione continua e ritmata di ogni elemento dell'ambiente, il rumore dei mobili che sbattono, i bicchieri che cadono. Poi i pianti dei bambini e le grida di paura, non tutte distinguibili.</em></p>\n<p><em>Una voce femminile urla: «Bambini! Mamma! Mamma, vieni qua».</em></p>\n<p><em>Una voce maschile risponde: «Scendemo, scendemo!».</em></p>\n<p><em>Un'altra voce di donna cerca disperatamente Mario: «Mario? Mario?», e poi ancora: «Andiamo giù, dai. Prendi il bambino! Mario!».</em></p>\n<p><em>Un bimbo piange.</em></p>\n<p><em>Gli oggetti sbattono.</em></p>\n<p><em>Il rombo continua.</em></p>\n<p><em>Voci indistinte si allontanano.</em></p>\n<p><em>Un uomo grida: «Vien zo!».</em></p>\n<p><em>Il braccio del giradischi continua a scandire il ritmo della terra che si muove.</em></p>\n<p><em>Un altro bambino dice: «Mamma, ti vedo!».</em></p>\n<p><em>Poi cani che abbaiano.</em></p>\n<p><em>Tutto si fa distante e ovattato.</em></p>\n<p><em>La registrazione su YouTube si interrompe.</em></p>\n<p><em>Cinquantanove secondi. Bisogna provare a contarli a voce alta: 1, 2, 3, 4, 5... Cinquantanove secondi in cui manca la terra sotto i piedi e tutto trema con tale forza da scaraventarti di nuovo al suolo se provi ad alzarti e a scappare. Sembrano cinquantanove minuti: sono infiniti.</em></p>\n<p><em>Il 6 maggio 1976 bastarono cinquantanove secondi di un terremoto di magnitudo 6,5 della scala Richter (e di intensità pari al IX-X grado della scala Mercalli) per portar via per sempre 990 vite, ferire 2607 persone, sconvolgere un'area di 900 chilometri quadrati, ridurre 100.000 esseri umani allo stato di sfollati, radere al suolo 17.000 case e danneggiarne altre 75.000. La scossa distrusse tra il 50 e il 90 per cento delle costruzioni a Moggio Udinese, Venzone, Bordano, Trasaghis, Gemona del Friuli, Montenars, Artegna, Osoppo, Buja, Majano ecc. Località ormai quasi sconosciute, ma che nei mesi successivi alla tragedia furono a lungo sulla bocca di tutti. L'eco del disastro si estese per circa 5000 chilometri quadrati: fece tremare l'intero Centro-Nord, arrivando fino a Roma. Oltre confine fu avvertito anche in Austria, in Slovenia, in Germania e nella Francia orientale.</em></p>\n<p><em>In Friuli si disse che si era risvegliato l'Orcolat, l'orco cattivo, una figura mostruosa ricorrente nei racconti della tradizione popolare, ritenuto la causa degli eventi sismici che nei secoli hanno colpito l'area. Dorme disteso sotto le montagne del Friuli Venezia Giulia, e ogni volta che si muove provoca una catastrofe. Nel 1976 si agitò sotto il monte San Simeone e continuo a squassare la terra per mesi: tra il maggio e l'autunno del 1976 si contarono oltre 400 scosse.</em></p>\n<p><em>Le più forti, rimaste nella storia, oltre a quella delle 21.00 del 6 maggio - preceduta da una più lieve che non tutti avvertirono - sono quella delle 18.35 dell'11 settembre e quelle delle 5.15 e delle 11.21 del 15 settembre. Oltre a compromettere ulteriormente il patrimonio edilizio e artistico già danneggiato dal sisma di maggio, le tre scosse di settembre ebbero un impatto psicologico profondo: incrinarono in modo definitivo la speranza e lo slancio dei friulani, spegnendo l'illusione di un rapido ritorno alla normalità, e segnarono anche l'inizio di un doloroso esodo, costringendo decine di migliaia di persone a lasciare i loro paesi d'origine e a sfollare nelle località di mare, come Lignano e Grado.</em> [pp. 5 – 8] </p>\n<p><em>Chi ha alzato lo sguardo verso il grande ammasso di roccia durante le scosse di maggio e settembre del 1976 racconta di frane e di lingue di luce, simili a scosse elettriche, che lo attraversavano impazzite fino alla cima. Mai fidarsi delle montagne. Per loro siamo creature irrilevanti. Ci possono fare male, senza rendersene conto. Come l'Orcolat, l'orcaccio, come qui molti chiamano il terremoto.</em></p>\n<p><em>Mentre scrivo, osservo mia madre che finalizza la sua ultima scultura in argilla: la testa di un gigante, appoggiata sulla guancia destra. Dorme, o sembra dormire, e ha un'espressione placida. È totalmente ignaro di ciò che gli sta intorno. Quando però si muove, l'Orcolat distrugge tutto. La leggenda friulana lo dipinge così, come un assassino. Mia madre, che lo ha conosciuto bene, ha scelto invece di ritrarlo quieto e inconsapevole. Non so se l'abbia messo in quella posizione per suggerire che si è appena mosso dopo aver distrutto tutto, o per raccontare che sta per accingersi a farlo.</em> [pp. 13-14] </p>\n<p><em>I primi due anni di vita li ho trascorsi in un prefabbricato. Non ho ricordi nitidi, solo flash confusi della moquette blu del pavimento, su cui, dice mia madre, ho faticato a imparare a camminare.</em> [p. 17]</p>\n<p><em>Era tutto buio, le scosse di assestamento erano incessanti e dai fianchi delle montagne che costeggiavamo rotolavano giù pietre e grossi macigni. Il rumore delle frane era continuo. Più volte siamo scesi per sgomberare la strada. Arrivati nella località di Moggio, sulla carreggiata opposta alla nostra ho visto un'auto, una Mini Minor, schiacciata sotto un sasso enorme. La parte posteriore non c'era più, mentre il cofano e i sedili davanti erano intatti. Ho pensato che noi eravamo piccoli in confronto alla montagna. Ho sperato che i passeggeri della macchina fossero riusciti a salvarsi.</em></p>\n<p><em>Più ci avvicinavamo a Gemona, più la devastazione aumentava. Venzone era distrutta, la frazione di Portis gravemente danneggiata. Dopo cinque ore di viaggio, il camionista mi ha scaricata a Gemona bassa, sulla Pontebbana.</em></p>\n<p><em>C'era un via vai di autoambulanze. Ho corso per un chilometro, fino alla stazione ferroviaria. Lungo la strada, ho incontrato solo persone sporche di bianco, ricoperte di polvere dalla testa ai piedi. Cercavo disperatamente qualche faccia conosciuta a cui domandare quello che non volevo sentirmi dire, ma incrociavo solo volti nuovi, mai visti. Mi è venuto incontro un anziano frate, anche lui impolverato.</em></p>\n<p><em>Indossava i sandali e teneva in mano un crocifisso. \"Dove vai?\" mi ha chiesto. Ho risposto che volevo raggiungere il centro, a Gemona alta. Lui ha alzato il crocifisso e, dandomi la benedizione, mi ha detto: \"Lì è tutto distrutto\".</em> [p. 26]</p>\n<p><em>In mezzo a quella devastazione e quel dolore, mi ricordo l'immagine surreale dell'auto di mio padre, una Fiat 128 azzurro chiaro, parcheggiata davanti a casa. Metri e metri di macerie e quell'auto lucida, intatta in mezzo all'inferno.</em></p>\n<p><em>Un ricordo che ho ancora negli occhi.</em> [p. 27]</p>\n<p><em>Dell'estate del '76 ho in mente pochi frammenti. Le scosse dell'11 e del 15 settembre, invece, le ricordo bene. Questa volta ero a Gemona e ho guardato l'Orcolat dritto negli occhi. Quando I'11 settembre è arrivata la scossa delle 18.35 ero con il mio moroso Francesco, davanti a casa sua. Il terremoto del 6 maggio l'aveva risparmiata, quello di settembre non è stato altrettanto clemente. Ho visto il terreno incresparsi come se ci fossero le onde. Gli alberi ai lati della strada si sono inclinati fino a diventare paralleli all'orizzonte, poi sono tornati verticali. In un attimo. Il tetto della casa ha preso il volo. Si è letteralmente sollevato. Mi ricordo di aver visto il lampadario del soggiorno attraverso la crepa enorme che si era creata.</em> [pp. 32-33]</p>\n<p><em>Chi ha vissuto il terremoto del Friuli ha sviluppato un sismografo interiore. Alla fine degli anni Settanta comunemente per misurare la forza di un terremoto non si usava la scala Richter, bensì quella Mercalli. Indicava il grado di distruzione. Noi sapevamo che con il VI grado Mercalli cadevano gli oggetti dentro gli armadi, con il VII i \"mobili camminavano\": si spostavano, oppure cadevano. È per questo che il nonno Guido, quando tu e tuo fratello eravate piccoli, non voleva armadi alti e sia in baracca sia in casa ha sempre inchiodato tutto al muro con i fischer. Aveva paura che qualcosa vi cadesse addosso. Uno dei tanti lasciti silenziosi dell'essere terremotati.</em> [pp. 36-37]</p>\n<p><strong><em>alle 21.00.13, l'Orcolat comincia ad agitarsi forte e si scatena per cinquantanove secondi.</em> </strong>[p. 41]</p>\n<p><em>Forse perché all'epoca è solito fumare la pipa, Alberto ha l'impressione di essere un fiammifero spento dentro una scatola vuota. Come se un gigante tenesse in mano quel piccolo contenitore e lo agitasse con forza. Prima percepisce l'andamento ondulatorio, continuo, senza pause; poi quello sussultorio. Se l'ondulatorio gli rende impossibile appoggiare le mani sui muri, che letteralmente lo respingono, il sussultorio gli dà la sensazione di ricevere delle pedate violentissime sotto le piante dei piedi. Quando tutto finisce, esce sulla passerella sospesa che collega il suo appartamento alla terrazza. Vede la luna piena, velata da una nuvola di polvere, e si accorge che la torre dell’orologio del castello medievale di Gemona non c’è più. </em>[pp. 42-43]</p>\n<p><strong>Il 6 maggio 1976</strong> un terremoto di magnitudo 6.5 colpisce duramente il Friuli e in particolare la media valle del Fiume Tagliamento, coinvolgendo oltre cento paesi nelle Province di Udine e Pordenone. Il terremoto, avvertito in quasi tutta l’Italia centro-settentrionale, è seguito da numerose repliche, alcune delle quali molto forti. Il 15 settembre una nuova scossa di magnitudo 5.9 provoca ulteriori distruzioni. Perdono la vita complessivamente 965 persone. </p>\n","value":"<p><strong>Giada&nbsp;Messetti,&nbsp;Quando tornano le rondini,&nbsp;Mondadori&nbsp;2026</strong><br />\r\n<br />\r\n<em>Alle nove di sera del 6 maggio 1976 un ragazzo diciottenne di Udine, Mario, era felice: stava collaudando il suo nuovo mangiacassette portatile Philips con microfono incorporato, un oggetto che aveva desiderato a lungo e che aveva ricevuto come regalo di compleanno solo pochi giorni prima.</em><br />\r\n<br />\r\n<em>Con pazienza, stava trasferendo da vinile ad&nbsp;audiocasseta&nbsp;un album dei Pink Floyd, totalmente ignaro che ciò che avrebbe inciso sul nastro non sarebbe stato&nbsp;Wish&nbsp;You&nbsp;Were&nbsp;Here della band britannica all'apice della fama mondiale, ma quella che sarebbe poi stata definita da tutti «la voce del terremoto del Friuli».</em><br />\r\n<br />\r\n<em>La registrazione era partita dalla nostalgica Shine On&nbsp;You&nbsp;Crazy Diamond, capolavoro psichedelico dedicato a&nbsp;Syd&nbsp;Barrett, fondatore ed ex membro del gruppo allontanatosi a causa di problemi di salute mentale e abuso di sostanze. Erano già trascorsi più di sei minuti e Roger Waters doveva ancora squarciare con la voce l'incanto di un tema musicale che sembra non voler mai iniziare&nbsp;davero, quando - erano le 21.00.13 - ci fu la lunga scossa.</em><br />\r\n<br />\r\n<em>La corrente saltò subito: Mario e i suoi familiari - oltre ai genitori, in casa c'erano in visita anche la sorella Anny, di tre anni più grande, con il marito Gianpiero e i loro bambini, Carlo e Francesca - rimasero completamente al buio e cercarono di uscire in strada. Per puro caso, la potenza delle vibrazioni attivò la levetta del microfono, dirottando la registrazione dal giradischi - ormai fermo per la mancanza di elettricità - ai suoni dell'ambiente, mentre il mangiacassette, alimentato a batterie, continuava a registrare.</em><br />\r\n<br />\r\n<em>Quell'audio angosciante, oggi disponibile su YouTube, rimane una tra le testimonianze simbolo della tragedia.</em><br />\r\n<br />\r\n<em>Si sentono la batteria e il basso, la chitarra e il synth di Shine On&nbsp;You&nbsp;Crazy Diamond, con in sottofondo i fruscii tipici delle tecnologie dell'epoca, che all'improvviso si distorcono, diventando striduli e poi si interrompono del tutto.</em><br />\r\n<br />\r\n<em>Si percepisce un boato, poi il ticchettio del braccio del giradischi che sembra «stenografare» l'intensità del sisma. Si distinguono l'oscillazione continua e ritmata di ogni elemento dell'ambiente, il rumore dei mobili che sbattono, i bicchieri che cadono. Poi i pianti dei bambini e le grida di paura, non tutte distinguibili.</em><br />\r\n<br />\r\n<em>Una voce femminile urla: «Bambini! Mamma! Mamma,&nbsp;vieni qua».</em><br />\r\n<br />\r\n<em>Una voce maschile risponde: «Scendemo,&nbsp;scendemo!».</em><br />\r\n<br />\r\n<em>Un'altra voce di donna cerca disperatamente Mario:&nbsp;«Mario? Mario?», e poi ancora: «Andiamo giù, dai. Prendi il bambino! Mario!».</em><br />\r\n<br />\r\n<em>Un bimbo piange.</em><br />\r\n<br />\r\n<em>Gli oggetti sbattono.</em><br />\r\n<br />\r\n<em>Il rombo continua.</em><br />\r\n<br />\r\n<em>Voci indistinte si allontanano.</em><br />\r\n<br />\r\n<em>Un uomo grida: «Vien&nbsp;zo!».</em><br />\r\n<br />\r\n<em>Il braccio del giradischi continua a scandire il ritmo della terra che si muove.</em><br />\r\n<br />\r\n<em>Un altro bambino dice: «Mamma, ti vedo!».</em><br />\r\n<br />\r\n<em>Poi cani che abbaiano.</em><br />\r\n<br />\r\n<em>Tutto si fa distante e ovattato.</em><br />\r\n<br />\r\n<em>La registrazione su YouTube si interrompe.</em><br />\r\n<br />\r\n<em>Cinquantanove secondi. Bisogna provare a contarli a voce alta: 1, 2, 3, 4, 5... Cinquantanove secondi in cui manca la terra sotto i piedi e tutto trema con tale forza da scaraventarti di nuovo al suolo se provi ad alzarti e a&nbsp;scappare. Sembrano cinquantanove minuti: sono infiniti.</em><br />\r\n<br />\r\n<em>Il 6 maggio 1976 bastarono cinquantanove secondi di un terremoto di magnitudo 6,5 della scala Richter (e di intensità pari al IX-X grado della scala Mercalli) per portar via per sempre 990 vite, ferire 2607 persone, sconvolgere un'area di 900 chilometri quadrati, ridurre 100.000 esseri umani allo stato di sfollati, radere al suolo 17.000 case e danneggiarne altre 75.000. La scossa distrusse tra il 50 e il 90 per cento delle costruzioni a Moggio Udinese, Venzone, Bordano, Trasaghis, Gemona del Friuli, Montenars, Artegna, Osoppo, Buja, Majano ecc. Località ormai quasi sconosciute, ma che nei mesi successivi alla tragedia furono a lungo sulla bocca di tutti. L'eco del disastro si estese per circa 5000 chilometri quadrati: fece tremare l'intero Centro-Nord, arrivando fino a Roma. Oltre confine fu avvertito anche in Austria, in Slovenia, in Germania e nella Francia orientale.</em><br />\r\n<br />\r\n<em>In Friuli si disse che si era risvegliato l'Orcolat, l'orco cattivo, una figura mostruosa ricorrente nei racconti della tradizione popolare, ritenuto la causa degli eventi sismici che nei secoli hanno colpito l'area. Dorme disteso sotto le montagne del&nbsp;Friuli Venezia Giulia, e ogni volta che si muove provoca una&nbsp;catastrofe. Nel 1976 si agitò&nbsp;sotto il monte San Simeone e continuo a squassare la terra per mesi: tra il maggio e l'autunno del 1976 si contarono oltre 400 scosse.</em><br />\r\n<br />\r\n<em>Le più forti, rimaste nella storia, oltre a quella delle 21.00 del 6 maggio - preceduta da una più lieve che non tutti avvertirono - sono quella delle 18.35 dell'11 settembre e quelle delle 5.15 e delle 11.21 del 15 settembre. Oltre a compromettere ulteriormente il patrimonio edilizio e artistico già danneggiato dal sisma di maggio, le tre scosse di settembre ebbero un impatto psicologico profondo: incrinarono in modo definitivo la speranza e lo slancio dei friulani, spegnendo l'illusione di un rapido ritorno alla normalità, e segnarono anche l'inizio di un doloroso esodo, costringendo decine di migliaia di persone a lasciare i loro paesi d'origine e a sfollare nelle località di mare, come Lignano e Grado.</em>&nbsp;[pp. 5&nbsp;–&nbsp;8]&nbsp;<br />\r\n<br />\r\n<em>Chi ha alzato lo sguardo verso il grande ammasso di roccia durante le scosse di maggio e settembre del 1976 racconta di frane e di lingue di luce, simili a scosse elettriche, che lo attraversavano&nbsp;impazzite fino alla cima. Mai fidarsi delle montagne. Per loro siamo creature irrilevanti. Ci possono fare male, senza rendersene conto. Come l'Orcolat, l'orcaccio, come qui molti chiamano il terremoto.</em><br />\r\n<br />\r\n<em>Mentre scrivo, osservo mia madre che finalizza la sua ultima scultura in argilla: la testa di un gigante, appoggiata sulla guancia destra. Dorme, o sembra dormire, e ha un'espressione placida. È totalmente ignaro di ciò che gli sta intorno. Quando però si muove, l'Orcolat&nbsp;distrugge tutto. La leggenda friulana lo dipinge così, come un&nbsp;assassino. Mia madre, che lo ha conosciuto bene, ha scelto invece di ritrarlo quieto e inconsapevole. Non so se l'abbia messo in quella posizione per suggerire che si è appena mosso dopo aver distrutto tutto, o per raccontare che sta per accingersi a farlo.</em>&nbsp;[pp.&nbsp;13-14]&nbsp;<br />\r\n<br />\r\n<em>I primi due anni di vita li ho trascorsi in un prefabbricato. Non ho ricordi nitidi, solo flash confusi della moquette blu del pavimento, su cui, dice mia madre, ho faticato a imparare a camminare.</em>&nbsp;[p.&nbsp;17]<br />\r\n<br />\r\n<em>Era tutto buio, le scosse di assestamento erano incessanti e dai fianchi delle montagne che costeggiavamo rotolavano giù pietre e grossi macigni. Il rumore delle frane era continuo. Più volte siamo scesi per sgomberare la strada. Arrivati nella località di Moggio, sulla carreggiata opposta alla nostra ho visto un'auto, una Mini Minor, schiacciata sotto un sasso enorme. La parte posteriore non c'era più, mentre il cofano e i sedili davanti erano intatti. Ho pensato che noi&nbsp;eravamo piccoli&nbsp;in confronto alla montagna. Ho sperato che i passeggeri della macchina fossero riusciti a salvarsi.</em><br />\r\n<br />\r\n<em>Più ci avvicinavamo a Gemona, più la devastazione&nbsp;aumentava. Venzone era distrutta, la frazione di Portis gravemente danneggiata. Dopo cinque ore di viaggio, il camionista mi ha scaricata a Gemona bassa, sulla Pontebbana.</em><br />\r\n<br />\r\n<em>C'era un via vai di autoambulanze. Ho corso per un chilometro, fino alla stazione ferroviaria. Lungo la strada, ho incontrato solo persone sporche di bianco, ricoperte di polvere dalla testa ai piedi. Cercavo disperatamente qualche faccia conosciuta a cui domandare quello che non volevo sentirmi dire, ma incrociavo solo volti nuovi, mai visti. Mi è venuto incontro un anziano frate, anche lui impolverato.</em><br />\r\n<br />\r\n<em>Indossava i sandali e teneva in mano un crocifisso. \"Dove vai?\" mi ha chiesto. Ho risposto che volevo raggiungere il centro, a Gemona alta. Lui ha alzato il crocifisso e, dandomi la benedizione, mi ha detto: \"Lì è tutto distrutto\".</em>&nbsp;[p.&nbsp;26]<br />\r\n<br />\r\n<em>In mezzo a quella devastazione e quel dolore, mi ricordo l'immagine surreale dell'auto di mio padre, una Fiat 128 azzurro chiaro, parcheggiata davanti a casa. Metri e metri di macerie e quell'auto lucida, intatta in mezzo all'inferno.</em><br />\r\n<br />\r\n<em>Un ricordo che ho ancora negli occhi.</em>&nbsp;[p. 27]<br />\r\n<br />\r\n<em>Dell'estate del '76 ho in mente pochi frammenti. Le scosse dell'11 e del 15 settembre, invece, le ricordo bene. Questa volta ero a Gemona e ho guardato l'Orcolat&nbsp;dritto negli&nbsp;occhi. Quando I'11 settembre è arrivata la scossa delle 18.35 ero con il mio&nbsp;moroso&nbsp;Francesco, davanti a casa sua. Il terremoto del 6 maggio l'aveva risparmiata, quello di settembre non è stato altrettanto clemente.&nbsp;Ho visto il terreno incresparsi come se ci fossero le onde.&nbsp;Gli alberi ai lati della strada si sono inclinati fino a diventare paralleli all'orizzonte, poi sono tornati verticali. In un attimo. Il tetto della casa ha preso il volo. Si è letteralmente sollevato. Mi ricordo di aver visto il lampadario del soggiorno attraverso la crepa enorme che si era creata.</em>&nbsp;[pp.&nbsp;32-33]<br />\r\n<br />\r\n<em>Chi ha vissuto il terremoto del Friuli ha sviluppato un sismografo interiore. Alla fine degli anni Settanta comunemente per misurare la forza di un terremoto non si usava la scala Richter, bensì quella Mercalli. Indicava il grado di distruzione. Noi sapevamo che con il VI grado Mercalli cadevano gli oggetti dentro gli armadi, con il VII&nbsp;i \"mobili camminavano\": si spostavano, oppure cadevano. È per questo che il nonno Guido, quando tu e tuo fratello eravate piccoli, non voleva armadi alti e sia in baracca sia in casa ha sempre inchiodato tutto al muro con i&nbsp;fischer. Aveva paura che qualcosa vi cadesse addosso. Uno dei tanti lasciti silenziosi dell'essere terremotati.</em>&nbsp;[pp. 36-37]<br />\r\n<br />\r\n<strong><em>alle 21.00.13, l'Orcolat&nbsp;comincia ad agitarsi forte e si scatena per cinquantanove secondi.</em>&nbsp;</strong>[p. 41]<br />\r\n<br />\r\n<em>Forse perché all'epoca è solito fumare la pipa, Alberto ha l'impressione di essere un fiammifero spento dentro una scatola vuota. Come se un gigante tenesse in mano quel piccolo contenitore e lo agitasse con forza. Prima percepisce l'andamento ondulatorio, continuo, senza pause; poi quello sussultorio. Se l'ondulatorio gli rende impossibile appoggiare le mani sui muri, che letteralmente lo respingono, il sussultorio gli dà la sensazione di ricevere delle pedate violentissime sotto le piante dei piedi. Quando tutto finisce, esce sulla passerella sospesa che collega il suo appartamento alla terrazza. Vede la luna piena, velata da una nuvola di polvere, e si accorge che la torre dell’orologio del castello medievale&nbsp;di&nbsp;Gemona&nbsp;non c’è più.&nbsp;</em>[pp.&nbsp;42-43]</p>\r\n\r\n<p><strong>Il 6 maggio 1976</strong> un terremoto di magnitudo 6.5 colpisce duramente il Friuli e in particolare la media valle del Fiume Tagliamento, coinvolgendo oltre cento paesi nelle Province di Udine e Pordenone. Il terremoto, avvertito in quasi tutta l’Italia centro-settentrionale, è seguito da numerose repliche, alcune delle quali molto forti. Il 15 settembre una nuova scossa di magnitudo 5.9 provoca ulteriori distruzioni. Perdono la vita complessivamente 965 persone. </p>\r\n"},"field_abstract":null,"field_categoria_primaria":"pagina","field_codice_lingua":false,"fields":{"slug":"/pagina-base/il-terremoto-del-friuli-del-1976-nel-racconto-di-giada-messetti/"},"relationships":{"field_sottodominio":{"name":"Eventi"},"field_immagine_anteprima":null,"field_immagine_dettaglio":{"field_alt":"Copertina Messetti 1976","relationships":{"image":{"localFile":{"publicURL":"/static/2d84e7d5ea9bafdc6b9ac7c7eb46abbe/messetti.png","childImageSharp":{"fluid":{"aspectRatio":0.6688963210702341,"src":"/static/2d84e7d5ea9bafdc6b9ac7c7eb46abbe/ee604/messetti.png","srcSet":"/static/2d84e7d5ea9bafdc6b9ac7c7eb46abbe/69585/messetti.png 200w,\n/static/2d84e7d5ea9bafdc6b9ac7c7eb46abbe/497c6/messetti.png 400w,\n/static/2d84e7d5ea9bafdc6b9ac7c7eb46abbe/ee604/messetti.png 800w,\n/static/2d84e7d5ea9bafdc6b9ac7c7eb46abbe/31987/messetti.png 1000w","sizes":"(max-width: 800px) 100vw, 800px"}}}}}}}}}},"field_video_content":null,"field_immagine_anteprima":{"field_alt":"Evento racconto Messetti 1976","field_didascalia":"Evento racconto Messetti 1976","relationships":{"image":{"localFile":{"publicURL":"/static/a0c553b0267a94f822475d0645ba9492/evento-messetti.png","childImageSharp":{"fluid":{"aspectRatio":1.5037593984962405,"src":"/static/a0c553b0267a94f822475d0645ba9492/ee604/evento-messetti.png","srcSet":"/static/a0c553b0267a94f822475d0645ba9492/69585/evento-messetti.png 200w,\n/static/a0c553b0267a94f822475d0645ba9492/497c6/evento-messetti.png 400w,\n/static/a0c553b0267a94f822475d0645ba9492/ee604/evento-messetti.png 800w","sizes":"(max-width: 800px) 100vw, 800px"}}}}}}}},{"field_evento_timeline_attivo":false,"body":null,"title":"Che cos’è peggio che un terremoto arrivi quando non ci hai mai pensato, o che arrivi quando sai esattamente com'è, e però hai appena rimesso tutto a posto?","field_titolo_esteso":"Che cos’è peggio che un terremoto arrivi quando non ci hai mai pensato, o che arrivi quando sai esattamente com'è, e però hai appena rimesso tutto a posto?","field_data_evento":"1976-05-06T13:10:42+01:00","relationships":{"field_link_evento_timeline":{"field_link":null,"relationships":{"field_link_interno":{"__typename":"node__page","title":"Il terremoto del Friuli del 1976 nel racconto di Esther Kinsky  ","field_titolo_esteso":"Il terremoto del Friuli del 1976 nel racconto di Esther Kinsky  ","body":{"processed":"<p><strong>Esther Kinsky, Rombo, Iperborea 2023</strong></p>\n<p><em>Sisma<br />\nLa sera del 6 maggio un terremoto scuote il circondario. La terra si apre, le case crollano, persone e animali vengono sepolti sotto le macerie, gli orologi sui campanili si fermano, sono le nove, serpenti neri fuggono nel fiume, sotto vetta del monte Canin una nuvola di neve scende a valle fendendo la sera.</em></p>\n<p><em>Il terremoto è la conseguenza di uno stamento di placche tettoniche. Sono tante le parole in uso per spiegare quel che accade al termine di una giornata con tre soli, cani che mugolano, serpenti carbone senza requie, uccelli striduli. Parole come faglie, ipocentro, litosfera. Belle parole che si possono tenere in mano come piccole e aliene creature impietrite: superficie di rottura. Fenditure. Luce tellurica. Velocità di propagazione del sisma. Linee della superficie terrestre, si sente dire. Si può misurare. Il 6 maggio l’intensità delle scosse non è nemmeno tanto alta, se misurata in base alle unità di una scala creata dagli uomini. “così il giudizio resta aggrappato alla fisicità del corpo e ama dimenticare che il pianeta potrà essere misurato dall’uomo, ma non sull’uomo”, si legge in un libro. In ogni caso il mondo non è più lo stesso.</em> [pp.26-27]</p>\n<p><em>Monte San Simeone<br />\nAlla confluenza di Fella e Tagliamento, nei pressi di Venzone, si erge il San Simeone, una montagna alta, conica, con il dorso ricoperto di boschi e speroni di roccia. Al monte, nei racconti confusi, incerti, sempre e comunque tremanti sul terremoto, è ascritta l'origine del rombo. Lì sotto, o li dentro, come si sente spesso raccontare, strepitò l'Orcolat, lo spaventoso terremoto del 1976. Un essere leggendario che lascia tracce impossibili da cancellare.</em> [p. 28]</p>\n<p><em>Toni<br />\nIl secondo terremoto ha mandato tutto all'aria. È stato diverso da quello di maggio. Abbiamo avuto delle avvisaglie alcuni giorni prima. Però nessuno voleva credere che sarebbe stato di nuovo così grave. Era come se ognuno pensasse tra sé: oh, il mostro ha solo sognato o si è rigirato un po' nel sonno.</em> [p.247]</p>\n<p><em>Adelmo<br />\nCon il secondo terremoto non ci sono stati segni premonitori. I cani non hanno abbaiato e guaito, e il tempo non era particolare, o per lo meno io non l'ho notato. Non so più qual è stato il peggiore tra i due. Se il primo o il secondo. Non si possono fare paragoni. <strong>Che cos’è peggio che un terremoto arrivi quando non ci hai mai pensato, o che arrivi quando sai esattamente com'è, e però hai appena rimesso tutto a posto?</strong>[pp.249-50]</em></p>\n<p>Il <strong>6 maggio 1976</strong> un terremoto di magnitudo 6.5 colpisce duramente il Friuli e in particolare la media valle del Fiume Tagliamento, coinvolgendo oltre cento paesi nelle Province di Udine e Pordenone. 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Ero figlia unica, scappai a piedi nudi sotto l'arco di una porta, tra i miei genitori.</em></p>\n<p><em>«Questa è la trave portante», disse mio padre con l'aria da architetto, «qui è tranquillo».</em></p>\n<p><em>Stavamo al buio, il giorno seguente scoprimmo che l'unica crepa veramente profonda della casa era in quella trave.</em></p>\n<p><em>Tre mesi dopo, una famosa maga del quartiere indicò alla popolazione il giorno e l'ora della prossima scossa. La gente dormiva con la valigia sotto il letto, e sulla maga non c'era da sbagliarsi, così quando arrivò il giorno x tutti cominciarono a scendere in strada. Accesero i falò.</em></p>\n<p><em>I miei genitori non si erano sposati in chiesa, quando ero nata avevano comprato il manuale del dottor Spock, e si sforzavano di descrivere tutti gli eventi della vita su assi cartesiani. Io avevo sentito della profezia a scuola e vedevo dal balcone i falò accesi. «Mamma, perché non scappiamo?»</em></p>\n<p><em>«Ma che scemenza: i magi non esistono, la magia non esiste, nessuno può prevedere niente, perché quello che deve ancora succedere non si sa come succederà».</em></p>\n<p><em>Io vidi Katia scendere nel cortile.</em></p>\n<p><em>«Mamma, Katia è scesa, c'ha anche la cartella».</em></p>\n<p><em>«Non le serve a niente quella cartella se i genitori le fanno credere in quello che non esiste: tutto ciò in cui possiamo credere è quello che si tocca e si vede».</em></p>\n<p><em>Io guardai la trave tagliata a metà dalla crepa e mi andai a preparare la cartella; contai le penne, i quaderni, ci infilai una mutandina con ricamato sopra Martedì, <strong>e presi il mio pupazzo più potente: quello che sconfiggeva il buio di notte, e Voltaire di giorno.</strong></em></p>\n<p><em>La signora Russo con un completino da rifugio antiaereo ci venne a bussare.</em></p>\n<p><em>«Signó, vi volete muovere?»</em></p>\n<p><em>«Ma signora, per favore non diciamo sciocchezze, sedetevi che vi faccio un caffè».</em></p>\n<p><em>«Ma quale caffè? Voi dovete scappare!»</em></p>\n<p><em>«Signora, ragioniamo: che probabilità c'è che venga una scossa mo'? Allora dovremmo stare sempre in mezzo alla strada?»</em></p>\n<p><em>«Ma la maga ha detto mo', tra mezz'ora».</em></p>\n<p><em>«E voi credete alla maga? Siete una donna così coraggiosa, faticate dalla mattina alla sera, e credete a questi buttoni che si vogliono fare i soldi con la vostra superstizione?»</em></p>\n<p><em>«Signo, ma che c'azzecca.... vabbuò, fate come volete, ma almeno questa povera creatura me la dovete dare a me».</em></p>\n<p><em>Io seguivo la conversazione, quando disse povera creatura capii che parlava di me, e andai nella stanzetta a prendere la cartella. Mia madre vedendomi allontanare disse: «Avete visto? L'avete fatta spaventare!»</em></p>\n<p><em>Tornai nell'ingresso e tesi la mano verso la signora Russo.</em></p>\n<p><em>Mia madre aveva la tristezza del fallimento negli occhi e l'attesa della rivincita nel cuore.</em></p>\n<p><em>Corremmo giù: io e Katia ci trovammo vicino al falò, e per venti minuti facemmo i compiti.</em></p>\n<p><em>Per venti minuti mio padre e mia madre discussero sull'opportunità del mio gesto; quando mia madre disse Russo, mio padre la guardò sconvolto da una distanza che non conosceva e la corresse: Rousseau, cara, si dice russó.</em></p>\n<p><em>All'ora x ci fermammo tutti, la signora Russo mi prese in braccio.</em></p>\n<p><em>Ci avvolse un silenzio totale, poi la terra scricchiolò, le case ondeggiarono un poco. Ci muovevamo restando fermi.</em></p>\n<p><em>Polacchine e jeans, i miei genitori correvano sconvolti fuori dal palazzo. </em>[pp. 5-7]</p>\n<p>Il <strong>23 novembre 1980</strong> un terremoto di magnitudo 6.9 colpisce una vasta area della Campania, della Basilicata e marginalmente della Puglia, causando 2734 vittime. A riportare gravi lesioni sono complessivamente 688 comuni, metà dei quali registra la perdita dell’intero patrimonio abitativo.  Il Presidente Pertini denuncia il ritardo dei soccorsi e le gravi mancanze nell’azione dello Stato. </p>\n","value":"<p><strong>Valeria Parrella,&nbsp;Mosca più balena,&nbsp;Minimum&nbsp;Fax 2021&nbsp;</strong><br />\r\n<br />\r\n<em>Quando avevo sei anni ci fu il terremoto. Ero figlia unica, scappai a piedi nudi sotto l'arco di una porta, tra i miei genitori.</em><br />\r\n<br />\r\n<em>«Questa è la trave portante», disse mio padre con l'aria da architetto, «qui è tranquillo».</em><br />\r\n<br />\r\n<em>Stavamo al buio, il giorno seguente scoprimmo che l'unica crepa veramente profonda della casa era in quella trave.</em><br />\r\n<br />\r\n<em>Tre mesi dopo, una famosa maga del quartiere indicò alla popolazione il giorno e l'ora della prossima scossa. La gente dormiva con la valigia sotto il letto, e sulla maga non c'era da sbagliarsi, così quando arrivò il giorno&nbsp;x&nbsp;tutti cominciarono a scendere in strada. Accesero i falò.</em><br />\r\n<br />\r\n<em>I miei genitori non si erano sposati in chiesa, quando ero nata avevano comprato il manuale del dottor Spock, e si sforzavano di descrivere tutti gli eventi della vita su assi cartesiani. Io avevo sentito della profezia a scuola e vedevo dal balcone i falò accesi. «Mamma, perché non scappiamo?»</em><br />\r\n<br />\r\n<em>«Ma che scemenza: i magi non esistono, la magia non esiste, nessuno&nbsp;può&nbsp;prevedere niente, perché quello che deve ancora succedere non si sa come succederà».</em><br />\r\n<br />\r\n<em>Io vidi Katia scendere nel cortile.</em><br />\r\n<br />\r\n<em>«Mamma, Katia è scesa, c'ha anche la cartella».</em><br />\r\n<br />\r\n<em>«Non le serve a niente&nbsp;quella&nbsp;cartella se&nbsp;i&nbsp;genitori le fanno credere in quello che non esiste: tutto ciò in cui possiamo credere&nbsp;è quello che si tocca e si vede».</em><br />\r\n<br />\r\n<em>Io guardai la trave tagliata a metà dalla crepa e mi andai a preparare la cartella; contai le penne, i quaderni, ci infilai una mutandina con ricamato sopra&nbsp;Martedì,&nbsp;<strong>e&nbsp;presi il mio pupazzo più potente: quello che sconfiggeva il buio di notte, e Voltaire&nbsp;di giorno.</em></strong><br />\r\n<br />\r\n<em>La signora Russo con un completino da rifugio antiaereo ci venne a bussare.</em><br />\r\n<br />\r\n<em>«Signó, vi volete muovere?»</em><br />\r\n<br />\r\n<em>«Ma signora, per favore non diciamo sciocchezze, sedetevi che vi faccio un caffè».</em><br />\r\n<br />\r\n<em>«Ma quale caffè? Voi dovete scappare!»</em><br />\r\n<br />\r\n<em>«Signora, ragioniamo: che probabilità c'è che venga una scossa mo'? Allora dovremmo stare sempre in mezzo alla strada?»</em><br />\r\n<br />\r\n<em>«Ma la maga ha detto mo', tra mezz'ora».<br />\r\n<br />\r\n<em>«E voi credete alla maga? Siete una donna così coraggiosa, faticate dalla mattina alla sera, e credete a questi buttoni che si vogliono fare i soldi con la vostra superstizione?»</em><br />\r\n<br />\r\n<em>«Signo, ma che&nbsp;c'azzecca.... vabbuò, fate come volete, ma almeno questa povera creatura me la dovete dare a me».</em><br />\r\n<br />\r\n<em>Io seguivo la conversazione, quando disse povera creatura&nbsp;capii&nbsp;che&nbsp;parlava di me, e andai nella stanzetta a prendere la cartella. Mia madre vedendomi allontanare disse: «Avete visto? L'avete fatta spaventare!»</em><br />\r\n<br />\r\n<em>Tornai nell'ingresso e tesi la mano verso la signora Russo.</em><br />\r\n<br />\r\n<em>Mia madre aveva la tristezza del fallimento negli occhi e l'attesa della rivincita nel cuore.</em><br />\r\n<br />\r\n<em>Corremmo giù: io e Katia ci trovammo vicino al falò, e per venti minuti facemmo i compiti.</em><br />\r\n<br />\r\n<em>Per venti minuti mio padre e mia madre discussero sull'opportunità del mio gesto; quando mia madre disse Russo, mio padre la guardò sconvolto da una distanza che non conosceva e la corresse: Rousseau, cara, si dice&nbsp;russó.</em><br />\r\n<br />\r\n<em>All'ora x ci fermammo tutti, la signora Russo mi prese in braccio.</em><br />\r\n<br />\r\n<em>Ci avvolse un silenzio totale, poi la terra scricchiolò, le case ondeggiarono un poco. Ci muovevamo restando fermi.</em><br />\r\n<br />\r\n<em>Polacchine e jeans, i miei genitori correvano sconvolti fuori dal palazzo.&nbsp;</em>[pp. 5-7]</em><br />\r\n<br />\r\nIl&nbsp;<strong>23 novembre 1980</strong> un terremoto di magnitudo 6.9 colpisce una vasta area della Campania, della Basilicata e marginalmente della Puglia, causando 2734 vittime. A riportare gravi lesioni sono complessivamente 688 comuni, metà&nbsp;dei quali registra la perdita dell’intero patrimonio abitativo.&nbsp; Il Presidente Pertini denuncia il ritardo dei soccorsi e le gravi mancanze nell’azione dello Stato. </p>\r\n"},"field_abstract":null,"field_categoria_primaria":"pagina","field_codice_lingua":false,"fields":{"slug":"/pagina-base/il-terremoto-dellirpinia-del-1980-nel-racconto-di-valeria-parrella-0/"},"relationships":{"field_sottodominio":{"name":"Eventi"},"field_immagine_anteprima":null,"field_immagine_dettaglio":{"field_alt":"Copertina Parrella 1980","relationships":{"image":{"localFile":{"publicURL":"/static/1074a43b5bf305d7c03d2cec15af2049/parrella-1980.png","childImageSharp":{"fluid":{"aspectRatio":0.6688963210702341,"src":"/static/1074a43b5bf305d7c03d2cec15af2049/ee604/parrella-1980.png","srcSet":"/static/1074a43b5bf305d7c03d2cec15af2049/69585/parrella-1980.png 200w,\n/static/1074a43b5bf305d7c03d2cec15af2049/497c6/parrella-1980.png 400w,\n/static/1074a43b5bf305d7c03d2cec15af2049/ee604/parrella-1980.png 800w,\n/static/1074a43b5bf305d7c03d2cec15af2049/31987/parrella-1980.png 1000w","sizes":"(max-width: 800px) 100vw, 800px"}}}}}}}}}},"field_video_content":null,"field_immagine_anteprima":{"field_alt":"Evento racconto Parrella 1980","field_didascalia":"Evento racconto Parrella 1980","relationships":{"image":{"localFile":{"publicURL":"/static/1e6fa78bebc45a7ef541879dc20379dc/evento-parrella-1980.png","childImageSharp":{"fluid":{"aspectRatio":1.5037593984962405,"src":"/static/1e6fa78bebc45a7ef541879dc20379dc/ee604/evento-parrella-1980.png","srcSet":"/static/1e6fa78bebc45a7ef541879dc20379dc/69585/evento-parrella-1980.png 200w,\n/static/1e6fa78bebc45a7ef541879dc20379dc/497c6/evento-parrella-1980.png 400w,\n/static/1e6fa78bebc45a7ef541879dc20379dc/ee604/evento-parrella-1980.png 800w","sizes":"(max-width: 800px) 100vw, 800px"}}}}}}}},{"field_evento_timeline_attivo":false,"body":null,"title":"E Dio quel giorno di novembre aveva spostato i mobili e messo in ordine, forse cambiato la disposizione delle camere da letto tanto che ne avevamo avvertito il trambusto fin nelle nostre case.","field_titolo_esteso":"E Dio quel giorno di novembre aveva spostato i mobili e messo in ordine, forse cambiato la disposizione delle camere da letto tanto che ne avevamo avvertito il trambusto fin nelle nostre case.","field_data_evento":"1980-11-23T15:49:05+01:00","relationships":{"field_link_evento_timeline":{"field_link":null,"relationships":{"field_link_interno":{"__typename":"node__page","title":"Il terremoto dell’Irpinia del 1980 nel racconto di Raffella R. 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Per le scale, poi, m'aveva preso per la vita alzandomi da terra e nel cortile ci eravamo messe in salvo al centro dello spiazzo. Davanti a noi stava la Vergine accesa di lucette azzurre.</em></p>\n<p><em>Ma non era stato certo lo Spirito Santo a guidarci fino alla statuetta quanto una constatazione geometrica fatta dagli uomini e dalle donne scese in strada prima di noi: le palazzine erano disposte a raggio tutt'intorno, la Madonna era l'unico porto sicuro dell'intero isolato. Dalle strade accanto venivano le luci dei lampioni come punti iridescenti della circonferenza e ogni tanto compariva una faccia nuova, era quella del tabaccaio all'angolo o del salumiere. Dissero, poi, che in tutto quel movimento il nostro cortile era sembrato un punto fermo: lì stava la saggezza della folla e noi bambini, proprio nell'occhio calmo del ciclone, quasi in braccio alla Vergine Maria. Messi al riparo nel recinto azzurrino decorato coi fiori di plastica e coi lumini, eravamo gioiosi, contenti come ad una festa di paese o ad un Natale anticipato e ridevamo senza sapere niente del mezzo inferno del 1980.</em></p>\n<p><em>Avevamo chiesto ai grandi nelle settimane appresso e quei ce l'avevano chiamata \"terra mossa\" la confusione di coperte e di cioccolata svizzera. Io piccola avevo anche invidiato quelli che non avevano fatto ritorno a casa e avevano avuto giornate convulse di spostamenti e nuove sistemazioni. Quando erano arrivati i prefabbricati mi erano sembrati belli come la casetta del nonno di Heidi. </em><strong><em>Anche a scuola avevano trovato una spiegazione fantasiosa ai nostri perché: sulla testa avevamo un Dio, e Dio quel giorno di novembre aveva spostato i mobili e messo in ordine, forse cambiato la disposizione delle camere da letto tanto che ne avevamo avvertito il trambusto fin nelle nostre case.</em></strong></p>\n<p><em>L'idea che le oscillazioni delle mura della mia palazzina fossero dovute al trascinamento di una sedia gigante sul soffitto-cielo mi aveva così accompagnato durante la crescita che la seconda volta mi trovai preparata: invece di dire a Lorenzo di muoversi che c'era il terremoto, ventinove anni dopo, io gli dissi piano che Gesù stava traslocando e bisognava muoversi, pure se nessuno di noi due aveva bisogno di bugie ché avevamo settant'anni in due ed eravamo ad un punto della nostra relazione in cui la terra mossa ce la portavamo nella pancia dalla prima mattina.</em> [pp. 117-118]</p>\n<p>Il<strong> 23 novembre 1980</strong> un terremoto di magnitudo 6.9 colpisce una vasta area della Campania, della Basilicata e marginalmente della Puglia, causando 2734 vittime. 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Come rintracciare i familiari? Nessuno sapeva nulla di nessuno. Chi era vivo? Chi era morto? Chi era sotto le rovine? Napoli era tagliata fuori dal resto del mondo. </em>[p. 29]</p>\n<p><em>Non c’era stato scampo: chi era dentro, intento a cenare o a guardare la TV, non aveva avuto il tempo di uscire. Un lamento lontano, poi urla. Le 19.34. L’ora di cena. I tavoli apparecchiati. Le pentole sul fuoco. La televisione accesa. Poi il boato. Il crollo verticale. Tutto schiacciato dall’alto verso il basso in pochi istanti. </em>[p. 33] </p>\n<p><em>Il pronto soccorso era diventato una bocca che non smetteva mai di masticare. Ogni volta che sembrava piena, arrivava un altro ferito. E poi un altro ancora. Quando Napoli sanguina si riversa qui, in questo groviglio di corpi e attese. Il Cardarelli è il ventre della città ferita. Tutto arriva qui. Il dolore. La paura. La speranza di sopravvivere. </em>[p. 51]</p>\n<p><em>L’ospedale era un’onda senza fine. Ogni minuto ne arrivavano altri: dal centro, dalla periferia, dai quartieri popolari, da quelli ricchi. Il terremoto non faceva distinzioni.</em> [p. 52]</p>\n<p><em>Come spieghi a una bambina che il mondo non è un posto sicuro? Che le case crollano. Che la gente muore. Che tutto può finire in novanta secondi? </em>[p. 61]</p>\n<p><em>Un atto di resistenza collettiva. Contro l’isolamento. Contro la morte. Le loro voci, gracchianti, intermittenti, spezzate dalle interferenze, erano l’unica cosa che teneva unita l’Irpinia al resto del mondo. Erano i fili invisibili che dicevano “Non siete soli. Vi sentiamo. Stiamo arrivando”. </em>[p. 65]</p>\n<p><em>Si ricostruisce un edificio. Ma le vite dentro? </em>[p. 73]</p>\n<p><em>La terra respirava, era viva, era terribilmente arrabbiata. Questo capitava non solo a Sant’Angelo ma in tutti i paesi dell’Irpinia fino in Basilicata. Ovunque. La stessa paura. Lo stesso terrore. La stessa certezza che nulla era finito. </em>[p. 77]</p>\n<p><em>Novembre in Irpinia. Novecento metri sul livello del mare. La notte la temperatura scendeva sotto lo zero. Nelle tende non c’era nulla che riscaldasse. Nessuno dormiva davvero. Dormicchiavano. Sobbalzavano. Si svegliavano. Ascoltavano. Aspettando la prossima scossa. Aspettando l’alba. Aspettando che finisse. L’Irpinia è una terra dura. Terra bella. Terra matrigna. D’estate ti brucia, d’inverno ti gela. A novembre fa entrambe le cose nello stesso giorno. E quella notte – quelle notti – il freddo era più freddo. Perché non c’erano più le case. Non c’erano più i camini. </em>[p. 87]</p>\n<p><em>Vi fu una frattura pari a trenta chilometri di profondità. Quindicimila chilometri quadrati devastati in novanta interminabili secondi. Praticamente un cratere. Numeri. Freddi. Scientifici. Ma dietro ogni numero c’era una persona, una casa, una vita. Trenta chilometri di profondità. La terra che si spezza. Che si muove. Che uccide. Quindicimila chilometri quadrati. Centinaia di paesi. Migliaia di case. Decine di migliaia di vite sconvolte. Novanta secondi. Un minuto e mezzo. Il tempo di una canzone. Il tempo per distruggere tutto.</em> [p. 90]</p>\n<p><em>Il centro storico. Case del Settecento. Pietra e malta. Crollate. E i palazzi nuovi. Anni Sessanta. Cemento armato. Moderni. Sicuri. Crollati anche quelli. Il terremoto non aveva fatto distinzioni. Vecchio o nuovo. Ricco o povero. Tutto uguale. Tutto giù. </em>[p. 97]</p>\n<p><em>Il pastificio Grasso. Le macchine ferme. I sacchi di farina sparsi. La semola uscita dai sacchi rotti nel magazzino vicino, si era mescolata alle macerie. Una polvere bianca. Che copriva tutto. Creava una nebbia irreale. Come neve. Ma non era neve. Era morte. Era distruzione.</em> [p. 98]</p>\n<p><em>Ho imparato che ciò che salva non è la forza ma l’altro. Che in questa terra la tragedia non annienta ma trasforma. Quella notte i gesti furono l’unico mezzo, l’unica lingua, l’unica reazione possibile. Hanno rivelato chi eravamo veramente.</em> [p. 114]</p>\n<p><strong><em>Siamo diventati titolo da prima pagina. Fate presto: un grido per non sparire ancora. </em></strong>[p. 115]</p>\n<p>Il <strong>23 novembre 1980</strong> un terremoto di magnitudo 6.9 colpisce una vasta area della Campania, della Basilicata e marginalmente della Puglia, causando 2734 vittime. A riportare gravi lesioni sono complessivamente 688 comuni, metà dei quali registra la perdita dell’intero patrimonio abitativo.  Il Presidente Pertini denuncia il ritardo dei soccorsi e le gravi mancanze nell’azione dello Stato.</p>\n","value":"<p><strong>Gloria Vocaturo,&nbsp;Fate presto! Il Terremoto dell’80,&nbsp;Castelvecchi Lit Edizioni, 2025</strong><br />\r\n<br />\r\n<em>Napoli non era più&nbsp;Napoli. Era sospesa&nbsp;in un tempo che non le apparteneva. L’avevo incastrata tra la vita e la morte. Tra il traffico&nbsp;convulso di qualche ora prima&nbsp;e una notte infinita.&nbsp;</em>[pp.&nbsp;22- 23]<br />\r\n<br />\r\n<em>Tutto era silenzioso, innaturale. Le linee telefoniche erano mute. I cavi tranciati. Come contattare i soccorsi? Come rintracciare i familiari? Nessuno sapeva nulla di nessuno. Chi era vivo? Chi era morto? Chi era sotto le rovine? Napoli era tagliata fuori dal resto del mondo.&nbsp;</em>[p.&nbsp;29]<br />\r\n<br />\r\n<em>Non c’era stato scampo: chi era dentro, intento a cenare&nbsp;o a guardare la TV, non aveva avuto il tempo di uscire. Un lamento lontano, poi urla.&nbsp;Le 19.34. L’ora di cena. I tavoli apparecchiati. Le pentole sul fuoco. La televisione accesa. Poi il boato. Il crollo verticale. Tutto schiacciato dall’alto verso il basso in pochi istanti.&nbsp;</em>[p.&nbsp;33]&nbsp;<br />\r\n<br />\r\n<em>Il pronto soccorso era diventato una bocca che non smetteva mai di masticare. Ogni volta che sembrava piena, arrivava un altro ferito. E&nbsp;poi un altro ancora. Quando Napoli sanguina&nbsp;si riversa qui, in questo groviglio di corpi e attese. Il&nbsp;Cardarelli è il ventre della città ferita. Tutto arriva qui. Il dolore. La paura. La speranza di sopravvivere.&nbsp;</em>[p.&nbsp;51]<br />\r\n<br />\r\n<em>L’ospedale&nbsp;era un’onda senza fine. Ogni minuto ne arrivavano altri: dal centro, dalla periferia, dai quartieri popolari, da quelli ricchi. Il terremoto non faceva distinzioni.</em>&nbsp;[p.&nbsp;52]<br />\r\n<br />\r\n<em>Come spieghi a una bambina che il mondo&nbsp;non è un posto sicuro?&nbsp;Che le case crollano. Che la gente muore. Che tutto può finire in novanta secondi?&nbsp;</em>[p.&nbsp;61]<br />\r\n<br />\r\n<em>Un atto di resistenza collettiva. Contro l’isolamento. Contro la morte. Le loro voci,&nbsp;gracchianti, intermittenti, spezzate dalle interferenze, erano l’unica cosa che teneva unita l’Irpinia al resto&nbsp;del mondo. Erano i fili invisibili che dicevano “Non siete soli. Vi sentiamo. Stiamo arrivando”.&nbsp;</em>[p.&nbsp;65]<br />\r\n<br />\r\n<em>Si ricostruisce un edificio. Ma le vite dentro?&nbsp;</em>[p.&nbsp;73]<br />\r\n<br />\r\n<em>La terra respirava, era viva, era terribilmente arrabbiata. Questo capitava non solo a Sant’Angelo ma in tutti i paesi dell’Irpinia&nbsp;fino in Basilicata. Ovunque. La stessa paura. Lo stesso terrore. La stessa certezza che nulla era finito.&nbsp;</em>[p.&nbsp;77]<br />\r\n<br />\r\n<em>Novembre in Irpinia. Novecento metri sul livello del mare. La notte la temperatura scendeva&nbsp;sotto lo zero. Nelle tende&nbsp;non c’era nulla che&nbsp;riscaldasse. Nessuno dormiva davvero. Dormicchiavano. Sobbalzavano.&nbsp;Si&nbsp;svegliavano. Ascoltavano. Aspettando la prossima scossa. Aspettando l’alba. Aspettando che finisse.&nbsp;L’Irpinia&nbsp;è una terra dura. Terra bella. Terra matrigna. D’estate ti brucia, d’inverno ti gela. A novembre fa entrambe le cose nello stesso giorno. E quella notte – quelle notti – il freddo era più freddo. Perché non c’erano più le case. Non c’erano più i camini.&nbsp;</em>[p.&nbsp;87]<br />\r\n<br />\r\n<em>Vi fu una frattura pari a trenta chilometri di&nbsp;profondità. Quindicimila chilometri quadrati&nbsp;devastati in novanta&nbsp;interminabili secondi. Praticamente un cratere. Numeri. Freddi. Scientifici. Ma dietro ogni numero c’era&nbsp;una persona, una casa, una vita. Trenta chilometri di profondità. La terra che si spezza. Che si muove. Che uccide. Quindicimila&nbsp;chilometri quadrati. Centinaia di paesi. Migliaia di case. Decine di migliaia di vite sconvolte. Novanta secondi. Un&nbsp;minuto e mezzo. Il tempo di una canzone. Il tempo per distruggere tutto.</em>&nbsp;[p.&nbsp;90]<br />\r\n<br />\r\n<em>Il centro storico. Case del Settecento. Pietra e malta. Crollate. E i palazzi nuovi. Anni Sessanta. Cemento armato. Moderni. Sicuri. Crollati anche quelli. Il terremoto non aveva fatto distinzioni. Vecchio o nuovo. Ricco o povero. Tutto uguale. Tutto giù.&nbsp;</em>[p.&nbsp;97]<br />\r\n<br />\r\n<em>Il pastificio Grasso. Le macchine ferme. I sacchi di farina sparsi. La semola uscita dai sacchi rotti nel magazzino vicino, si era mescolata alle macerie. Una polvere bianca. Che copriva tutto. Creava una nebbia&nbsp;irreale. Come neve. Ma non era neve. Era morte. Era distruzione.</em>&nbsp;[p.&nbsp;98]<br />\r\n<br />\r\n<em>Ho imparato che ciò che salva&nbsp;non è la forza ma l’altro. Che&nbsp;in questa terra la tragedia&nbsp;non annienta ma trasforma. Quella notte i gesti&nbsp;furono l’unico mezzo, l’unica lingua, l’unica reazione possibile. Hanno rivelato chi eravamo veramente.</em>&nbsp;[p.&nbsp;114]<br />\r\n<br />\r\n<strong><em>Siamo diventati titolo da prima pagina. Fate presto: un grido per non sparire ancora.&nbsp;</em></strong>[p. 115]</p>\r\n\r\n<p>Il <strong>23 novembre 1980</strong> un terremoto di magnitudo 6.9 colpisce una vasta area della Campania, della Basilicata e marginalmente della Puglia, causando 2734 vittime. A riportare gravi lesioni sono complessivamente 688 comuni, metà dei quali registra la perdita dell’intero patrimonio abitativo.  Il Presidente Pertini denuncia il ritardo dei soccorsi e le gravi mancanze nell’azione dello Stato.</p>\r\n"},"field_abstract":null,"field_categoria_primaria":"pagina","field_codice_lingua":false,"fields":{"slug":"/pagina-base/il-terremoto-dellirpinia-del-1980-nel-racconto-di-gloria-vocaturo/"},"relationships":{"field_sottodominio":{"name":"Eventi"},"field_immagine_anteprima":null,"field_immagine_dettaglio":{"field_alt":"Copertina Vocaturo 1980","relationships":{"image":{"localFile":{"publicURL":"/static/a867ed5ae950b5037a123ef277540a7c/vocaturo-1980.png","childImageSharp":{"fluid":{"aspectRatio":0.6688963210702341,"src":"/static/a867ed5ae950b5037a123ef277540a7c/ee604/vocaturo-1980.png","srcSet":"/static/a867ed5ae950b5037a123ef277540a7c/69585/vocaturo-1980.png 200w,\n/static/a867ed5ae950b5037a123ef277540a7c/497c6/vocaturo-1980.png 400w,\n/static/a867ed5ae950b5037a123ef277540a7c/ee604/vocaturo-1980.png 800w,\n/static/a867ed5ae950b5037a123ef277540a7c/31987/vocaturo-1980.png 1000w","sizes":"(max-width: 800px) 100vw, 800px"}}}}}}}}}},"field_video_content":null,"field_immagine_anteprima":{"field_alt":"Evento racconto Vocaturo 1980","field_didascalia":"Evento racconto Vocaturo 1980","relationships":{"image":{"localFile":{"publicURL":"/static/d44feeeb5e09eff441cbb2dce13c7718/evento-vocaturo-1980.png","childImageSharp":{"fluid":{"aspectRatio":1.5037593984962405,"src":"/static/d44feeeb5e09eff441cbb2dce13c7718/ee604/evento-vocaturo-1980.png","srcSet":"/static/d44feeeb5e09eff441cbb2dce13c7718/69585/evento-vocaturo-1980.png 200w,\n/static/d44feeeb5e09eff441cbb2dce13c7718/497c6/evento-vocaturo-1980.png 400w,\n/static/d44feeeb5e09eff441cbb2dce13c7718/ee604/evento-vocaturo-1980.png 800w","sizes":"(max-width: 800px) 100vw, 800px"}}}}}}}},{"field_evento_timeline_attivo":false,"body":null,"title":"L'onda si infrange. 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Il vulcano viveva, respirava e, soffiando per aria uno spruzzo di lava incandescente, mostrava il suo sospiro infernale. Così ricordava a tutti che lui c’era. [p.91]</em></p>\n<p><em>Il vulcano era davanti ai suoi occhi in tutta la sua maestosità. Un pennacchio di fumo si alzava dalla cima, come per salutarla, e lei aveva risposto con un timido gesto della mano. Durante la passeggiata, si era fermata a guardarlo spesso: tutto in quel posto doveva rivolgersi a lui, tendere al cratere come i raggi di una ruota al suo perno.</em><em> </em>[p.171]</p>\n<p><em>Ore 15.40 Un rumore sordo, sale dal basso, prende vigore. Monta e rimonta. Un boato, un fragore inaudito. Fuoco. </em>[p.239]</p>\n<p><em>Ore 15.40 Quel boato pare non debba finire mai.</em><em> </em>[p.239]</p>\n<p><em>Ore 15.42 La sciara frana nel mare. Pianoforte e violino suonano all’unisono. Il volume cresce. Tremano i muri, trema la casa, trema la terra stessa e non è solo il vulcano.</em> [p.241]</p>\n<p><em>Ore 15.44. <strong>L'onda si infrange. […] L'acqua è torbida di cenere, satura di detriti e striata di rosso.</strong> </em>[pp.242-243]</p>\n<p><em>A Ginostra i pochi abitanti erano stati costretti a evacuare con la forza: nessuno voleva lasciare la propria dimora perché chi vive sul vulcano rimane sul vulcano. Iddu nel frattempo aveva continuato a lacrimare lava incandescente e a tuonare. </em>[p.247]</p>\n<p><em>La mattina del primo gennaio erano iniziati i sopralluoghi e la stima dei danni. La conta era andata avanti fino al giorno dopo. Alcune delle costruzioni più vicine alla costa avevano muri crollati e pesci morti nei patii. In contrada San Vincenzo tre barche, probabilmente stufe di vivere su una spiaggia, avevano sfondato i salotti di altrettante case. A Ficogrande le sgargianti piastrelle di una cucina facevano bella mostra perché il tetto della casa aveva ceduto. A Piscità alcune abitazioni erano ricoperte di detriti, rami, terra, plastica e materiale vario. </em>[pp.247-248]</p>\n<p><strong>Il 28 dicembre 2002</strong> il vulcano Stromboli inizia un’attività effusiva che interessa la Sciara del Fuoco e che, due giorni dopo, genera una frana di circa 16 milioni di metri cubi. Dalla frana si origina un maremoto che colpisce le coste di Stromboli, delle altre isole Eolie, della Calabria e della Sicilia. Il Servizio Nazionale si attiva immediatamente per mettere in sicurezza la popolazione.</p>\n","value":"<p><strong>Andrea Vismara, Iddu dieci vite per il dio del fuoco, Edizioni spartaco 2014</strong><br />\r\n<br />\r\n<em>Il silenzio, profondo, era rotto solo dal rumore lontano delle onde che s’infrangevano sulla spiaggia di ciottoli con ritmo regolare. Dopo circa dieci minuti, quando il torpore si stava trasformando in sonno, era stato ridestato da un suono cupo. 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Erano passati sei mesi dalla notte che aveva trasformato l'isola del Giglio nell'epicentro mediatico del pianeta. Per Matteo Coppa era un giorno come un altro. Come tutti i gigliesi che avevano vissuto il naufragio, ci pensava ancora a intermittenza. Le immagini di quella notte tornavano a trovarlo nei momenti piú inaspettati, comparendo come lampi nella sua mente. Il momento in cui con l'amico Giorgio Fanciulli avevano visto al porto quel gigante spuntare da dietro alle rocce e poi spegnersi all'improvviso. I corpi delle vittime portati sulla banchina. I volti sotto choc dei naufraghi. Gli occhi azzurri spalancati del bambino che lo fissava.</em> [p.138] </p>\n<p><strong>13 gennaio 2012. </strong>La nave da crociera Costa Concordia, con oltre 4mila persone a bordo, comincia a imbarcare acqua a causa di un urto contro lo scoglio delle Scole e si inclina in prossimità dell'isola del Giglio: si tratta del più grande naufragio dell’era moderna, a causa del quale 32 persone perdono la vita.</p>\n","value":"<p><strong>Pablo Trincia,&nbsp;Romanzo di un naufragio: Costa Concordia: una storia vera,&nbsp;Einaudi 2022</strong><br />\r\n<br />\r\n<em>La carcassa di acciaio della Concordia giaceva semisommersa davanti agli scogli della&nbsp;Gabbianara&nbsp;nel caldo torrido di metà estate. Erano passati sei mesi dalla notte che aveva trasformato l'isola del Giglio nell'epicentro mediatico del pianeta. Per Matteo Coppa era un giorno come un altro. Come tutti i gigliesi che avevano vissuto il naufragio, ci pensava ancora a intermittenza. 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Gli occhi azzurri spalancati del bambino che lo fissava.</em>&nbsp;[p.138]&nbsp;</p>\r\n\r\n<p><strong>13 gennaio 2012. </strong>La nave da crociera Costa Concordia, con oltre 4mila persone a bordo, comincia a imbarcare acqua a causa di un urto contro lo scoglio delle Scole e si inclina in prossimità dell'isola del Giglio: si tratta del più grande naufragio dell’era moderna, a causa del quale 32 persone perdono la vita.</p>\r\n"},"field_abstract":null,"field_categoria_primaria":"pagina","field_codice_lingua":false,"fields":{"slug":"/pagina-base/il-naufragio-della-costa-concordia-del-2012-nel-racconto-di-pablo-trincia/"},"relationships":{"field_sottodominio":{"name":"Eventi"},"field_immagine_anteprima":null,"field_immagine_dettaglio":{"field_alt":"Pablo Trincia - Romanzo di un naufragio","relationships":{"image":{"localFile":{"publicURL":"/static/49d89a95af9943ea24c5723d770a4bae/trincia.jpg","childImageSharp":{"fluid":{"aspectRatio":0.6389776357827476,"src":"/static/49d89a95af9943ea24c5723d770a4bae/14b42/trincia.jpg","srcSet":"/static/49d89a95af9943ea24c5723d770a4bae/f836f/trincia.jpg 200w,\n/static/49d89a95af9943ea24c5723d770a4bae/2244e/trincia.jpg 400w,\n/static/49d89a95af9943ea24c5723d770a4bae/14b42/trincia.jpg 800w,\n/static/49d89a95af9943ea24c5723d770a4bae/ccd76/trincia.jpg 958w","sizes":"(max-width: 800px) 100vw, 800px"}}}}}}}}}},"field_video_content":null,"field_immagine_anteprima":{"field_alt":"Evento racconto Trincia 2012","field_didascalia":"Evento racconto Trincia 2012","relationships":{"image":{"localFile":{"publicURL":"/static/1aa4297a404a4bb963d60bd86c6d7945/evento-trincia-2012.png","childImageSharp":{"fluid":{"aspectRatio":1.5037593984962405,"src":"/static/1aa4297a404a4bb963d60bd86c6d7945/ee604/evento-trincia-2012.png","srcSet":"/static/1aa4297a404a4bb963d60bd86c6d7945/69585/evento-trincia-2012.png 200w,\n/static/1aa4297a404a4bb963d60bd86c6d7945/497c6/evento-trincia-2012.png 400w,\n/static/1aa4297a404a4bb963d60bd86c6d7945/ee604/evento-trincia-2012.png 800w","sizes":"(max-width: 800px) 100vw, 800px"}}}}}}}},{"field_evento_timeline_attivo":false,"body":null,"title":"Non è neanche questione di argini: le cataratte del cielo sono saltate","field_titolo_esteso":"Non è neanche questione di argini: le cataratte del cielo sono saltate","field_data_evento":"2023-05-01T15:55:34+02:00","relationships":{"field_link_evento_timeline":{"field_link":null,"relationships":{"field_link_interno":{"__typename":"node__page","title":"Le alluvioni dell’Emilia-Romagna del 2023 e 2024 nel racconto di Cristiano Cavina","field_titolo_esteso":"Le alluvioni dell’Emilia-Romagna del 2023 e 2024 nel racconto di Cristiano Cavina","body":{"processed":"<p><strong>Cristiano Cavina, Tropico del fango, Editori Laterza 2025</strong></p>\n<p><em>«<strong>Il tropico del fango è la nuova latitudine in cui ci siamo ritrovati a vivere in Romagna.</strong> Ma su questa terra che i nostri antenati si sono inventati da una maledetta palude o togliendola alle foreste dell’Appennino, ci sta un mucchio di gente che a star zitta non è capace e anche con il cuore spezzato, ci canta sopra, anche solo per il gusto di ridere in faccia alla morte e alla sventura.»</em> </p>\n<p><em>Il cuore che mi cade giù, nel fondo della pancia. Ha ceduto l’argine di via Fratelli Bandiera. L’apocalisse sta arrivando. Andate via, salvatevi, tutti ai piani alti.</em> [p. 9] </p>\n<p><em>Perché ho guardato quel cazzo di tavolo per tutta la notte, mentre Faenza veniva investita da un maremoto causato da una piena catastrofica di due fiumi. Un muro di otto metri d’acqua, una tonnellata a metro cubo da fermi, chissà adesso, l’impatto di un treno lungo decine di chilometri alla massima velocità. </em>[p. 9] </p>\n<p><em>Il rombo del Lamone. Sirene, elicotteri. Grida. Le cose che dovremmo buttare via infangate della nostra vita, anche le case, qua dietro in via della Valle un anziano pure la vita. Nel fango.</em> [p.11] </p>\n<p><em>Nessuno qui sa esattamente da dove cominciare, è la prima volta che ci ritroviamo in una apocalisse.</em> [p.13]  </p>\n<p><em>Bastano tre metri d’acqua, e tutto ciò che hai vissuto non vale più niente.</em> [p.17] </p>\n<p><em>Riparto e svolto per la provinciale che portava a Brisighella e che probabilmente non ci porterà più. Ci sono decine di frane solo per arrivare in cima: e arrivati lì, niente, pare che non ci sia più l’altro versante del monte. Dietro ai crinali più lontani, verso la Toscana, si avvicinano torri di nuvole viola, gonfie di altra pioggia. Dopo il ponte di Arsella iniziano i tornanti. A un certo punto mi viene il fiatone. Sto respirando nei tratti al sole e trattenendo il fiato quando entro nell’ombra. Di certe cose il corpo se ne accorge prima della testa. Gli scarabocchi marroncini nel verde dei boschi, da sotto sono coltellate, colpi di ascia. Respiro e trattengo il fiato. Quale creatura può brandire armi così grandi da fare a fette le montagne? Luce e oscurità. Devo andare a vedere, ma i miei piedi e la mia pancia non ci vogliono stare qui. Anche se sono a casa. Il tavolo, le panche, i muretti per le grigliate dove ci si aspettava il passaggio del Giro d’Italia, dove si litigava per i posti a Pasquetta, non ci sono più. Un pezzo di bosco scivolato da chissà dove c’è finito sopra. L’inclinazione di questi alberi, che non sono dove dovrebbero essere, come artigli pronti ad afferrarti. C’è un dosso di terra alto tre metri al posto della strada che portava a Piandoppio e poi risaliva alla statale 306. Ci andavo a raccogliere la rucola quando la finivamo in pizzeria. Chissà se sugli smottamenti cresce il tarassaco. La pizza tarassaco pancetta piaceva tantissimo. Qui era pieno. Ovunque, rivoli d’acqua, ruscelli che si portano via la terra, la pietra degli strati scoperti dei rivali che gocciola, e trova la sua strada verso il Senio, ancora in piena, cinquecento metri più giù, nel suo canyon scavato nel corso delle ere.</em> [pp.20-21] </p>\n<p><em>La terra si muove ancora. Vorrei andare ancora un po' più su, fino a Scania, dove ci sono i bufali, da là si vede tutta la vallata, ma all’improvviso tuona, o forse è il rumore dell’ennesima frana, non si capisce mai, e scappo via, i miei piedi partono prima di me.</em> [p.23] </p>\n<p><em>Continuo, anche se non si potrebbe. C’è il mostro, andando più su. Quello che apre i servizi dei telegiornali. Ho scoperto che lo chiamano così a Casola. […] è li. Non ci sta in un’occhiata sola. Devi muovere la testa da una parte e dall’altra, e poi su e in giù. Il fronte di una montagna intera. […] il mostro. La carcassa di una gigantesca creatura preistorica che è venuta a morire quaggiù, sulla statale che porta a Firenze, gli alberi e i pali del telefono come spuntoni di costole.</em> [pp.23-24] </p>\n<p><em>La terra che smuovono la spingono verso il fiume. I rivoli d’acqua la sciolgono un poco alla volta. Entrano cristallini ed escono sporchi. Le cose le impari quando le vedi. Il sangue di una collina è marroncino.</em> [p.24]  </p>\n<p><em>Spaliamo acqua e limo. Il primo pensiero che ho avuto, da quando l’ho conosciuto la notte che si è allagato il nostro giardino: ecco cosa intendevano alle medie, le piene del Nilo. Non è fango. Non è acqua. È vinavil marroncino. E la prima volta che ci ho messo piede, ho avuto un’immagine. I pensieri spesso non sono parole, ma polaroid, spezzoni di filmati. Io che ci metto un seme dentro, e un mese dopo c’è una spiga alta due metri. gli immensi granai dei Faraoni. Spaliamo qualcosa di antichissimo.</em> [pp.28-29] </p>\n<p><em>Sono arrivati con il gommone, da sera si era fatta notte. Una lucina nel buio. Tra le sirene, il rombo degli elicotteri, le grida di chi si era rifugiato sui tetti. E quel rumore del fiume impetuoso.</em> [p.29] </p>\n<p><em>Non è lontano da casa nostra. Lì c’è stata l’altra apocalisse. Il cedimento dell’argine di via Fratelli Bandiera. Uno tsunami di acqua dolce. Una tonnellata al metro cubo, una piramide d’acqua. Un esercito di piramidi di acqua.</em> [p.30] </p>\n<p><em>Il lago non sommerge più la strada. C’è una lingua di fango, onde di fango che vanno solidificandosi contro i bordi del marciapiede, cumuli di melma con oggetti impastati dentro.</em> [p.36] </p>\n<p><em>Le macchine parcheggiate esistono solo dai finestrini in su. Immensi alligatori in agguato nell’acqua putrefatta, solo gli occhi affiorano.</em> [p.37] </p>\n<p><em>(parla di una persona deceduta) L’avevano trovato i vicini. Quando l’acqua giallastra si era abbassata. Impastato nel fango dietro casa. Sotto il tropico del fango di questo nuovo, strano continente che è diventata la nostra terra.</em> [p.41] </p>\n<p><em>Che strano il livello dell’acqua, bastano dieci centimetri di pendenza che salvi il salotto o perdi tutto.</em> [p.42] </p>\n<p><em>Le cime dei pioppi come teste di annegati a pelo d’acqua.</em> [p.42] </p>\n<p><em>Lì non è arrivata una goccia. O almeno sembra. È un altro mondo rispetto a dietro l’angolo. Le macchine sono immacolate, le persone pure. Altre latitudini, tropici differenti. E io idiota mi sono sentito speciale: il prestigio dell’alluvionato, un superpotere al contrario; gli schizzi di fango sul curriculum.</em> [p.44] </p>\n<p><em>Una papera del casolare alla svolta prima dell’argine nuota tranquilla fin qui e inizia a passeggiare in mezzo a noi. Sulla fanghiglia le sue zampe palmate fanno lo stesso rumore delle mie ciabatte. […] Guardo la papera. A lei sembra non interessare. Anzi ha l’aria felice dei ragazzini quando arrivano le giostre, il suo habitat è passato da una pozza nell’aia di una casa colonica a un lago di cinquecento metri di diametro a dir poco. Una bazza.</em> [p.46] </p>\n<p><em>Siamo i più bassi, abbiamo avuto un po' più acqua. Grazie al cielo non abbiamo cantine. Danilo, di fianco a me, si: è tutto sotto, tipo le sale macchine del Titanic. Dovrà buttare via ogni cosa. A migliaia, dovranno buttare ogni cosa.</em> [p.47] </p>\n<p><em>Già da lontano riconosco la peculiare atmosfera di questo nostro nuovo ecosistema, in ogni paese, nei quartieri colpiti di ogni città: la nebbiolina di polvere sospesa a mezz’aria. Il livello dell’alluvione a Solarolo è democratico: a un metro e venti, in ogni singola casa.</em> [p.52] </p>\n<p><em>Chissà se faranno una lotteria sull'alluvione. Ho tre biglietti mica male. Mi si è allagata la casa nella città dove abito, nel mio paese natale sono venute giù le montagne e a Solarolo ci ho perso il lavoro.</em> [p.54] </p>\n<p><em>Sento che l'adrenalina dell'emergenza, il carburante che ci spinge nelle nostre montagne russe emotive, va esaurendosi. Stiamo diventando tutti un po' più screpolati anche noi.</em> [p.55] </p>\n<p><em>Forse avere troppa fortuna non è un buon segno: per riportare equilibrio è arrivata la stagione dei monsoni, perché senza che ce ne accorgessimo la Romagna è diventata una terra tropicale.</em> [p.57] </p>\n<p><em>Le colline sudano acqua da ogni poro o forse è sangue </em>[p.66] </p>\n<p><em>Boschi e frane a perdita d'occhio, tra le volute della nebbia. Quella mostruosa sotto val Bianchino, verso la Toscana: come può una montagna spostarsi? </em>[p.67] </p>\n<p><em>Se chiudono non avrò modo di tornare a Faenza: non esistono più strade alternative, nessuna: distrutte tutte quante. E pure i monti per ricostruircele sopra.</em> [p.68] </p>\n<p><em>Il ragazzo con la tavola da surf che non è neanche un ragazzo ma un uomo con prole, appunto era diventato una sorta di personaggio archetipo, un Frankenstein, anche se ne avevo sentito parlare praticamente in diretta, quando abbiamo cominciato a finire sott'acqua anche noi della Filanda Vecchia, alle quattro di notte, che è stata l'ora del nostro turno, perché le alluvioni hanno fusi orari diversi a seconda delle zone e dei dislivelli. Il centro storico, i quartieri intorno a via Lapi, a ridosso delle mura medievali avevano cominciato a sprofondare alle ventitré, forse anche prima. L'acqua ha i suoi tempi, il suo cammino, come il sole.</em> [p.82] </p>\n<p><em>Da un giardino, che non è neanche un giardino, è una colata lavica marrone da cui spuntano gli alberi, esce un sommozzatore dei vigili del fuoco, lo aiutano a togliersi la muta. Le bombole sono immense, più da passeggiata nello spazio profondo che da immersione negli scantinati di un condominio. La furia dell'acqua ha distrutto i muri divisori e compromesso le fondamenta.</em> [p.86] </p>\n<p><em>L’edicola sembra una di quelle stalagmiti immense che ci sono nelle grotte di Frasassi, ha qualcosa del gelato che si scioglie, della panna montata, un cumulo soffice, però non proprio panna, una mousse di cioccolato, marrone. Era andata sotto anche con l’alluvione del 2 maggio. Ora è molto peggio. Ora tutto è molto peggio.</em> [p.86] </p>\n<p><em>Buttiamo via tutto il suo archivio, gli articoli di giornale che ha scritto in una vita. Si sciolgono tra le mani. Chissà se anche nelle biblioteche i libri fanno quella fine lì. Non lo so ancora, ma andrà proprio così. Le alluvioni sciolgono la carta.</em> [p.89]</p>\n<p><em>Siamo improbabili caronti, trasportiamo cose perdute </em>[p.89]</p>\n<p><em>La linea del nuovo tropico è stampata perfettamente sui muri dei fabbricati, come con il filo a battere ingessato dei muratori; il parallelo incrostato che segna il confine tra due emisferi. Sotto, l'intonaco ha fatto le bolle o va sbriciolandosi; sulle recinzioni e le ringhiere resta la trama polverosa del limo fertile del Nilo e le ramaglie ormai secche trascinate dalla corrente. Il sudario lasciato da una piena da quattrocento milioni di metri cubi d’acqua.</em>  [pp.95-96]</p>\n<p><em>Oltre il parabrezza polveroso posso facilmente immaginare le coltellate delle frane, le lingue marroni come graffi, dove il manto boscoso è scivolato giù, inzuppato da mezzo miliardo di metri cubi d’acqua, sullo scheletro di argilla delle colline. Dove la ricompri una montagna? Dov’è il catalogo per ordinare le strade?</em> [p.101]</p>\n<p><em>L’acqua del Lamone esce giallastra, con il suo odore di panni asciugati male e cose morte. Non si muove neanche come un liquido, è una gelatina. Una specie di medusa d’acqua dolce.</em> [p.103]</p>\n<p><em>Dai monti abbiamo smesso di mandare giù, verso le città e i paesoni della bassa, miliardi di metri cubi d’acqua e fango: ora c’è un’emorragia di gente, piene alluvionali di persone.</em> [p.116] </p>\n<p><em>(parla dell’alluvione di Valencia) Nessuno gli ha detto niente. Nessuna allerta. Nessun messaggio sul cellulare. Quando abbiamo avuto la terza alluvione, il giorno dopo nella chat della classe, a chi mi chiedeva com'era andata, avevo fatto sentire come suonava il vocale di evacuazione. Lo avevo registrato quando era arrivato a noi. Suona come l'allarme delle astronavi quando il raggio distruttore del nemico ha perforato gli scudi e non c'è più niente da fare. Nessun avviso, ha scritto. Ho immaginato tutta quella gente tranquilla che torna dal lavoro, che si ferma ignara a fare la spesa, e l'acqua giallastra che si avvicina inesorabile, e si porta via le auto con i fanali accesi, la gente ancora per strada aggrappata ai pali della luce. Per un attimo, ho risentito quell'odore. Una strana madeleine. Un'ecatombe. Ho visto la mia vita, la nostra vita, così, senza allerte, in un baleno che però non mi è passato davanti agli occhi ma attraverso le narici, fin giù nelle profondità dei polmoni, la concreta possibilità in un giorno infrasettimanale di perdere in un colpo solo i tuoi figli. O la tua vita. E tutto quello che la arreda. Per la pioggia. <strong>Non è neanche questione di argini: le cataratte del cielo sono saltate.</strong> [p.121]</em> </p>\n<p><em>Anche se non perdi niente, anche se non entra in salotto un dito d’acqua, quando vivi una roba del genere, qualcosa la perdi, se ne va. O si rompe, dentro di te. Ti si appiccica il fango dentro, non so e non si aggiusta più. Siamo tutti legati.</em> [p.122]</p>\n<p><strong>Alluvioni del 2023 (1-3 maggio e 16-17 maggio) e del 2024 (17-19 settembre e 19 e 20 ottobre 2024)</strong>.</p>\n","value":"<p><strong>Cristiano Cavina, Tropico del fango,&nbsp;Editori Laterza 2025</strong><br />\r\n<br />\r\n<em>«<strong>Il tropico del fango è la nuova latitudine in cui ci siamo ritrovati a vivere in Romagna.</strong> Ma su questa terra che i nostri antenati si sono inventati da una maledetta palude o togliendola alle foreste dell’Appennino, ci sta un mucchio di gente che a star zitta non è capace e anche con il cuore spezzato, ci canta sopra, anche solo per il gusto di ridere in faccia alla morte e alla sventura.»</em>&nbsp;<br />\r\n<br />\r\n<em>Il cuore che mi cade giù, nel fondo della pancia.&nbsp;Ha ceduto l’argine di via Fratelli Bandiera. L’apocalisse sta arrivando.&nbsp;Andate via, salvatevi, tutti ai piani alti.</em>&nbsp;[p.&nbsp;9]&nbsp;<br />\r\n<br />\r\n<em>Perché ho guardato quel cazzo di tavolo per tutta la notte,&nbsp;mentre Faenza veniva investita da un maremoto causato da una piena catastrofica di due fiumi. Un muro di otto metri d’acqua, una tonnellata a metro cubo da fermi, chissà adesso, l’impatto di un treno lungo decine di chilometri alla massima velocità.&nbsp;</em>[p.&nbsp;9]&nbsp;<br />\r\n<br />\r\n<em>Il rombo del Lamone. Sirene, elicotteri. Grida. Le cose che dovremmo buttare via infangate della nostra vita, anche le case, qua dietro in via della Valle un anziano pure la vita. Nel fango.</em>&nbsp;[p.11]&nbsp;<br />\r\n<br />\r\n<em>Nessuno qui sa esattamente da dove cominciare, è la prima volta che ci ritroviamo in una apocalisse.</em>&nbsp;[p.13]&nbsp;&nbsp;<br />\r\n<br />\r\n<em>Bastano tre metri d’acqua, e tutto ciò che hai vissuto non vale più niente.</em>&nbsp;[p.17]&nbsp;<br />\r\n<br />\r\n<em>Riparto e svolto per la provinciale che portava a Brisighella e che probabilmente non ci porterà più. Ci sono decine di frane solo per arrivare in cima: e arrivati lì, niente, pare che non ci sia più l’altro versante del monte. Dietro ai crinali più lontani, verso la Toscana, si avvicinano torri di nuvole viola, gonfie di altra pioggia. Dopo il ponte di Arsella iniziano i tornanti. A un certo punto mi viene il fiatone. Sto respirando nei tratti al sole e trattenendo il fiato quando entro nell’ombra. Di certe cose il corpo se ne accorge prima della testa. Gli scarabocchi marroncini nel verde dei boschi, da sotto sono coltellate, colpi di ascia. Respiro e trattengo il fiato. Quale creatura può brandire armi così grandi da fare a fette le montagne? Luce e oscurità. Devo andare a vedere, ma i miei piedi e la mia pancia non ci vogliono stare qui. Anche se sono a casa. Il tavolo, le panche, i muretti per le grigliate dove ci si aspettava il passaggio del Giro d’Italia, dove si litigava per i posti a Pasquetta, non ci sono più. Un pezzo di bosco scivolato da chissà dove c’è finito sopra. L’inclinazione di questi alberi,&nbsp;che non sono dove dovrebbero essere, come artigli pronti ad afferrarti. C’è un dosso di terra alto tre metri al posto della strada che portava a&nbsp;Piandoppio&nbsp;e poi risaliva&nbsp;alla statale 306. Ci andavo a raccogliere la rucola quando la finivamo in pizzeria.&nbsp;Chissà se sugli smottamenti cresce il tarassaco. La pizza tarassaco pancetta piaceva tantissimo. Qui era pieno. Ovunque, rivoli d’acqua, ruscelli che si portano via la terra, la pietra degli strati scoperti dei rivali che gocciola, e trova la sua strada verso il Senio, ancora in piena, cinquecento metri più giù, nel suo canyon scavato nel corso delle ere.</em>&nbsp;[pp.20-21]&nbsp;<br />\r\n<br />\r\n<em>La terra si muove ancora. Vorrei andare ancora un po' più su, fino a Scania, dove ci sono i bufali, da là si vede tutta la vallata,&nbsp;ma all’improvviso tuona, o&nbsp;forse è il rumore dell’ennesima frana, non si capisce mai, e scappo via, i miei piedi partono prima di me.</em>&nbsp;[p.23]&nbsp;<br />\r\n<br />\r\n<em>Continuo, anche se non si potrebbe. C’è il mostro, andando più su. Quello che apre i servizi dei telegiornali. Ho scoperto che lo chiamano così a Casola.&nbsp;[…]&nbsp;è li. Non ci sta in un’occhiata sola. Devi muovere la testa da una parte e dall’altra, e poi su e in giù. Il fronte di una montagna intera.&nbsp;[…]&nbsp;il mostro. La carcassa di una gigantesca creatura preistorica che è venuta a morire quaggiù, sulla statale che porta a Firenze, gli alberi e i pali del telefono come spuntoni di costole.</em>&nbsp;[pp.23-24]&nbsp;<br />\r\n<br />\r\n<em>La terra che smuovono la spingono verso il fiume. I rivoli d’acqua la sciolgono un poco alla volta. Entrano cristallini ed escono sporchi. Le cose le impari quando le vedi.&nbsp;Il sangue di una collina è marroncino.</em>&nbsp;[p.24]&nbsp;&nbsp;<br />\r\n<br />\r\n<em>Spaliamo acqua e limo. Il primo pensiero che ho avuto, da quando l’ho conosciuto la notte che si è allagato il nostro giardino: ecco cosa intendevano alle medie, le piene del Nilo.&nbsp;Non è fango. Non è acqua. È vinavil marroncino.&nbsp;E la prima volta che ci ho messo piede, ho avuto un’immagine. I pensieri spesso non sono parole, ma polaroid, spezzoni di filmati. Io che ci metto un seme dentro, e un mese dopo c’è una spiga alta due metri. gli immensi granai dei Faraoni. Spaliamo qualcosa di antichissimo.</em>&nbsp;[pp.28-29]&nbsp;<br />\r\n<br />\r\n<em>Sono arrivati con il gommone, da sera si era fatta notte. Una lucina nel buio.&nbsp;Tra le sirene, il rombo degli elicotteri, le grida di chi si era rifugiato sui tetti. E quel rumore del fiume impetuoso.</em>&nbsp;[p.29]&nbsp;<br />\r\n<br />\r\n<em>Non è lontano da casa nostra.&nbsp;Lì c’è stata l’altra apocalisse. Il cedimento dell’argine di via Fratelli Bandiera. Uno tsunami di acqua dolce. Una tonnellata al metro cubo, una piramide d’acqua. Un esercito di piramidi di acqua.</em>&nbsp;[p.30]&nbsp;<br />\r\n<br />\r\n<em>Il lago non sommerge più la strada.&nbsp;C’è una lingua di fango, onde di fango che vanno solidificandosi contro i bordi del marciapiede, cumuli di melma con oggetti impastati dentro.</em>&nbsp;[p.36]&nbsp;<br />\r\n<br />\r\n<em>Le macchine parcheggiate esistono solo dai finestrini in su. Immensi alligatori in agguato nell’acqua putrefatta, solo gli occhi affiorano.</em>&nbsp;[p.37]&nbsp;<br />\r\n<br />\r\n<em>(parla di una persona deceduta) L’avevano trovato i vicini. Quando l’acqua giallastra si era abbassata. Impastato nel fango dietro casa.&nbsp;Sotto il tropico del fango di questo nuovo, strano continente che è diventata la nostra terra.</em>&nbsp;[p.41]&nbsp;<br />\r\n<br />\r\n<em>Che strano il livello dell’acqua, bastano dieci centimetri di pendenza che salvi il salotto o perdi tutto.</em>&nbsp;[p.42]&nbsp;<br />\r\n<br />\r\n<em>Le cime dei pioppi come teste di annegati a pelo d’acqua.</em>&nbsp;[p.42]&nbsp;<br />\r\n<br />\r\n<em>Lì non è arrivata una goccia. O almeno sembra. È un altro mondo rispetto a dietro l’angolo. Le macchine sono immacolate, le persone pure. Altre latitudini, tropici differenti. E io idiota mi sono sentito speciale: il prestigio dell’alluvionato, un superpotere al contrario; gli schizzi di fango sul curriculum.</em>&nbsp;[p.44]&nbsp;<br />\r\n<br />\r\n<em>Una papera del casolare alla svolta prima dell’argine nuota tranquilla fin qui e inizia a passeggiare in mezzo a noi. Sulla fanghiglia le sue zampe palmate fanno lo stesso rumore delle mie ciabatte.&nbsp;[…]&nbsp;Guardo la papera. A lei sembra non interessare. Anzi ha l’aria felice dei ragazzini quando arrivano le giostre, il suo habitat è passato da una pozza nell’aia di una casa colonica a un lago di cinquecento metri di diametro a dir poco. Una bazza.</em>&nbsp;[p.46]&nbsp;<br />\r\n<br />\r\n<em>Siamo i più bassi, abbiamo avuto un po' più acqua. Grazie al cielo non abbiamo cantine. Danilo, di fianco a me, si: è tutto sotto, tipo le sale macchine del&nbsp;Titanic. Dovrà buttare via ogni cosa. A migliaia, dovranno buttare ogni cosa.</em>&nbsp;[p.47]&nbsp;<br />\r\n<br />\r\n<em>Già da lontano riconosco la peculiare atmosfera&nbsp;di questo nostro nuovo ecosistema, in ogni paese, nei quartieri colpiti di ogni città: la nebbiolina di polvere sospesa a mezz’aria. Il livello dell’alluvione a Solarolo è democratico: a un metro e venti, in ogni singola casa.</em>&nbsp;[p.52]&nbsp;<br />\r\n<br />\r\n<em>Chissà se faranno una lotteria sull'alluvione.&nbsp;Ho tre biglietti mica male. Mi si è allagata la casa nella città dove abito, nel mio paese natale sono venute giù le montagne e a Solarolo ci ho perso il lavoro.</em>&nbsp;[p.54]&nbsp;<br />\r\n<br />\r\n<em>Sento che l'adrenalina dell'emergenza, il carburante che ci spinge nelle nostre montagne russe emotive, va esaurendosi.&nbsp;Stiamo diventando tutti un po' più screpolati anche noi.</em>&nbsp;[p.55]&nbsp;<br />\r\n<br />\r\n<em>Forse avere troppa fortuna non è un buon segno: per riportare equilibrio è arrivata la stagione dei monsoni, perché&nbsp;senza che ce ne accorgessimo la Romagna è diventata una terra tropicale.</em>&nbsp;[p.57]&nbsp;<br />\r\n<br />\r\n<em>Le colline sudano acqua da ogni poro o forse è sangue&nbsp;</em>[p.66]&nbsp;<br />\r\n<br />\r\n<em>Boschi e frane&nbsp;a perdita d'occhio, tra le volute della nebbia.&nbsp;Quella mostruosa sotto val Bianchino, verso la Toscana:&nbsp;come può una montagna spostarsi?&nbsp;</em>[p.67]&nbsp;<br />\r\n<br />\r\n<em>Se chiudono non avrò modo di tornare a Faenza:&nbsp;non esistono più strade alternative, nessuna: distrutte tutte quante. E pure i monti per ricostruircele sopra.</em>&nbsp;[p.68]&nbsp;<br />\r\n<br />\r\n<em>Il ragazzo con la tavola da surf che non è neanche un ragazzo ma un uomo con prole, appunto era diventato una sorta di personaggio archetipo, un Frankenstein, anche se ne avevo sentito parlare praticamente in diretta, quando abbiamo cominciato a finire sott'acqua anche noi della Filanda Vecchia, alle quattro di notte, che è stata l'ora del nostro turno, perché le alluvioni hanno fusi orari diversi a seconda delle zone e dei dislivelli. Il centro storico, i quartieri intorno a via Lapi, a ridosso delle mura medievali avevano cominciato a sprofondare alle ventitré, forse anche prima. L'acqua ha i suoi tempi, il suo cammino, come il sole.</em>&nbsp;[p.82]&nbsp;<br />\r\n<br />\r\n<em>Da un giardino, che non è neanche un giardino, è una colata lavica marrone da cui spuntano gli alberi, esce un sommozzatore dei vigili del fuoco, lo aiutano a togliersi la muta. Le bombole sono immense, più&nbsp;da passeggiata nello spazio profondo che da immersione negli scantinati di un condominio.&nbsp;La furia dell'acqua ha distrutto i muri divisori e compromesso le fondamenta.</em>&nbsp;[p.86]&nbsp;<br />\r\n<br />\r\n<em>L’edicola sembra una di quelle stalagmiti immense che ci sono nelle grotte di Frasassi, ha qualcosa del gelato che si scioglie, della panna montata, un cumulo soffice, però non proprio panna, una mousse di cioccolato, marrone.&nbsp;Era andata sotto anche con l’alluvione del 2 maggio. Ora è molto peggio. Ora tutto è molto peggio.</em>&nbsp;[p.86]&nbsp;<br />\r\n<br />\r\n<em>Buttiamo via tutto il suo archivio, gli articoli di giornale che ha scritto in una vita. Si sciolgono tra le mani. Chissà se anche nelle biblioteche i libri fanno quella fine lì. Non lo so ancora, ma andrà proprio così. Le alluvioni sciolgono la carta.</em>&nbsp;[p.89]<br />\r\n<br />\r\n<em>Siamo improbabili caronti, trasportiamo cose perdute&nbsp;</em>[p.89]<br />\r\n<br />\r\n<em>La linea del nuovo tropico è stampata perfettamente sui muri dei fabbricati, come con il filo a battere ingessato dei muratori; il parallelo incrostato che segna il confine tra due emisferi. Sotto, l'intonaco ha fatto le bolle o va sbriciolandosi; sulle recinzioni e le ringhiere resta la trama polverosa del limo fertile del Nilo e le ramaglie ormai secche trascinate dalla corrente. Il sudario lasciato da una piena da quattrocento milioni di metri cubi d’acqua.</em>&nbsp;&nbsp;[pp.95-96]<br />\r\n<br />\r\n<em>Oltre il parabrezza polveroso posso facilmente immaginare le coltellate delle frane, le lingue marroni come graffi, dove il manto boscoso è scivolato giù, inzuppato da mezzo miliardo di metri cubi d’acqua, sullo scheletro di argilla delle colline.&nbsp;Dove la ricompri una montagna?&nbsp;Dov’è il catalogo per ordinare le strade?</em>&nbsp;[p.101]<br />\r\n<br />\r\n<em>L’acqua del Lamone esce giallastra, con il suo odore di panni asciugati male e cose morte. Non si muove neanche come un liquido, è una gelatina. Una specie di medusa d’acqua dolce.</em>&nbsp;[p.103]<br />\r\n<br />\r\n<em>Dai monti abbiamo smesso di mandare giù, verso le città e i paesoni della bassa, miliardi di metri cubi d’acqua e fango: ora c’è un’emorragia di gente, piene alluvionali di persone.</em>&nbsp;[p.116]&nbsp;<br />\r\n<br />\r\n<em>(parla dell’alluvione di Valencia)&nbsp;Nessuno gli ha detto niente. Nessuna allerta. Nessun messaggio sul cellulare.&nbsp;Quando abbiamo avuto la terza alluvione, il giorno dopo nella chat della classe, a chi mi chiedeva com'era andata, avevo fatto sentire come suonava il vocale di evacuazione. Lo avevo registrato quando era arrivato a noi. Suona come l'allarme delle astronavi quando il raggio distruttore del nemico ha perforato gli scudi e non c'è più niente da fare.&nbsp;Nessun avviso, ha scritto.&nbsp;Ho immaginato tutta quella gente tranquilla che torna dal lavoro, che si ferma ignara a fare la spesa, e l'acqua giallastra che si avvicina inesorabile, e si porta via le auto con i fanali accesi, la gente ancora per strada aggrappata ai pali&nbsp;della luce.&nbsp;Per un attimo, ho risentito quell'odore. Una strana madeleine. Un'ecatombe.&nbsp;Ho visto la mia vita, la nostra vita, così, senza allerte, in un baleno che però non mi è passato davanti agli occhi ma attraverso le narici, fin giù nelle profondità dei polmoni, la concreta possibilità in un giorno infrasettimanale di perdere in un colpo solo i tuoi figli. O la tua vita. E tutto quello che la arreda. Per la pioggia.&nbsp;<strong>Non è neanche questione di argini: le cataratte del cielo sono saltate.</strong>&nbsp;[p.121]</em>&nbsp;<br />\r\n<br />\r\n<em>Anche se non perdi niente, anche se non entra in salotto un dito d’acqua, quando vivi una roba del genere, qualcosa la perdi, se ne va. O si rompe, dentro di te. Ti si appiccica il fango dentro, non so e non si aggiusta più.&nbsp;Siamo tutti legati.</em>&nbsp;[p.122]</p>\r\n\r\n<p><strong>Alluvioni del 2023 (1-3 maggio e 16-17 maggio) e del 2024 (17-19 settembre e 19 e 20 ottobre 2024)</strong>.</p>\r\n"},"field_abstract":null,"field_categoria_primaria":"pagina","field_codice_lingua":false,"fields":{"slug":"/pagina-base/le-alluvioni-dellemilia-romagna-del-2023-e-2024-nel-racconto-di-cristiano-cavina/"},"relationships":{"field_sottodominio":{"name":"Eventi"},"field_immagine_anteprima":null,"field_immagine_dettaglio":{"field_alt":"Cristiano Cavina - Tropico del fango","relationships":{"image":{"localFile":{"publicURL":"/static/9f2ae4b4a32347ab2ebd7e06c346ac5f/cavina.jpg","childImageSharp":{"fluid":{"aspectRatio":0.6666666666666666,"src":"/static/9f2ae4b4a32347ab2ebd7e06c346ac5f/14b42/cavina.jpg","srcSet":"/static/9f2ae4b4a32347ab2ebd7e06c346ac5f/f836f/cavina.jpg 200w,\n/static/9f2ae4b4a32347ab2ebd7e06c346ac5f/2244e/cavina.jpg 400w,\n/static/9f2ae4b4a32347ab2ebd7e06c346ac5f/14b42/cavina.jpg 800w,\n/static/9f2ae4b4a32347ab2ebd7e06c346ac5f/a7715/cavina.jpg 1000w","sizes":"(max-width: 800px) 100vw, 800px"}}}}}}}}}},"field_video_content":null,"field_immagine_anteprima":{"field_alt":"Alluvione Emilia-Romagna 202","field_didascalia":"Alluvione Emilia-Romagna 202","relationships":{"image":{"localFile":{"publicURL":"/static/5af67d1b012b21e15b95d85577faf558/52867212247-5851424357-o.jpg","childImageSharp":{"fluid":{"aspectRatio":1.5037593984962405,"src":"/static/5af67d1b012b21e15b95d85577faf558/14b42/52867212247-5851424357-o.jpg","srcSet":"/static/5af67d1b012b21e15b95d85577faf558/f836f/52867212247-5851424357-o.jpg 200w,\n/static/5af67d1b012b21e15b95d85577faf558/2244e/52867212247-5851424357-o.jpg 400w,\n/static/5af67d1b012b21e15b95d85577faf558/14b42/52867212247-5851424357-o.jpg 800w,\n/static/5af67d1b012b21e15b95d85577faf558/47498/52867212247-5851424357-o.jpg 1200w,\n/static/5af67d1b012b21e15b95d85577faf558/0e329/52867212247-5851424357-o.jpg 1600w,\n/static/5af67d1b012b21e15b95d85577faf558/c128d/52867212247-5851424357-o.jpg 5760w","sizes":"(max-width: 800px) 100vw, 800px"}}}}}}}},{"field_evento_timeline_attivo":false,"body":null,"title":"Il pentolone che quarantamila anni fa era saltato in aria, cambiando il clima mondiale, era intasato di case","field_titolo_esteso":"Il pentolone che quarantamila anni fa era saltato in aria, cambiando il clima mondiale, era intasato di case","field_data_evento":"2023-09-08T16:21:21+02:00","relationships":{"field_link_evento_timeline":{"field_link":null,"relationships":{"field_link_interno":{"__typename":"node__page","title":"Il bradisismo ai Campi Flegrei del 2023 nel racconto di Paolo Rumiz  ","field_titolo_esteso":"Il bradisismo ai Campi Flegrei del 2023 nel racconto di Paolo Rumiz  ","body":{"processed":"<p><strong>Paolo Rumiz, Una voce dal profondo, Feltrinelli 2023</strong></p>\n<p><em><strong>Il pentolone che quarantamila anni fa era saltato in aria, cambiando il clima mondiale, era intasato di case.</strong> Eppure non smetteva di mandare segnali.  Ribolliva e continuava a formare nuovi crateri. Duemila anni prima, il Lago di Averno era una baia della flotta romana, ma l’eruzione del Montenuovo ne aveva bloccato l’uscita. Verso Miseno c’era una città, ma i bradisismi e l’innalzamento del mare l’avevano sommersa come Atlantide. [pp. 162 - 163]</em></p>\n<p><em>I Campi Flegrei si sono rimessi a ballare. Sul vulcano più abitato della Terra, la folla dorme per strada o non affatto. [p. 273]</em></p>\n<p>I Campi Flegrei sono una vasta area vulcanica attiva caratterizzata dal fenomeno del \"bradisismo\".<br />\nDal <strong>2023</strong> si è registrato un graduale incremento nella frequenza dei terremoti. Nel <strong>2024</strong> l'evento maggiore è stato registrato il 20 maggio con una magnitudo di 4.4. Il 13 marzo <strong>2025 </strong>si verifica, nel corso di uno sciame sismico, una scossa di magnitudo di 4.6.Il 13 maggio e il 30 giugno 2025, si registrano due nuove forti scosse di terremoto: la prima, di magnitudo 4.4; la seconda, in mare, di magnitudo 4.6.</p>\n","value":"<p><strong>Paolo Rumiz,&nbsp;Una voce dal profondo,&nbsp;Feltrinelli&nbsp;2023</strong><br />\r\n<br />\r\n<em><strong>Il pentolone che quarantamila anni fa era saltato in aria, cambiando il clima mondiale, era intasato di case.</strong>&nbsp;Eppure&nbsp;non smetteva di mandare segnali.&nbsp; Ribolliva e continuava a formare nuovi crateri. Duemila anni prima, il Lago di Averno era una baia della flotta romana, ma l’eruzione del&nbsp;Montenuovo&nbsp;ne aveva bloccato l’uscita. Verso Miseno c’era una città, ma i bradisismi e l’innalzamento del mare l’avevano sommersa come Atlantide. [pp. 162 - 163]</em><br />\r\n<br />\r\n<em>I Campi Flegrei si sono rimessi a ballare. 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Siamo gente di mare, vittime dell’acqua, prudenti come rettili ma onesti come colombe.  <br />\nPoi arrivò quel maledetto 4 novembre, tutta quell'acqua, quel sommozzatore che mi portò in salvo lasciando da solo il suo collega, e la voglia di annegare nella mia solitudine. </em>[p.16]</p>\n<p><em>Quando la mia macchina rimase incastrata tra un muro e un albero, come se cercasse di ancorarsi prima del naufragio, riuscii a scendere</em>. [p.16]</p>\n<p><em>Mi sentii avvolta dentro a un sacco melmoso senza capire se stessi guardando in basso o in alto. Avvertivo il sapore metallico in bocca e la mancanza d’aria che ostruiva le narici. Era fango in gola, nel naso, sotto la lingua. Tentai di liberarmi dalle sue bende tirando calci e pugni, agitando le mani in ogni direzione. Avvertivo le forze abbandonarmi, quando qualcosa mi afferrò</em>. [p.17]</p>\n<p><em>Pioveva ancora forte e riuscire a orientarsi in quelle strade sommerse dall’acqua non era facile ma Enrico era un sommozzatore esperto, forse troppo per ricordarsi cos’è la paura. Per questo era là, da solo. L’acqua, la sua migliore amica, lo aveva colpito alle spalle, lo aveva trascinato e intrappolato sotto al suo peso.</em> [p.31]</p>\n<p><em>Mio padre aveva appena iniziato a infilare tutta la merce nei sacchetti e io e mamma gli stavamo dando una mano, quando un rumore ci colpì tutti come se fossimo stati frustati. Mi voltai verso la porta e fu come se aspettassi qualcosa, come se sapessi che da lì a poco la nostra vita avrebbe conosciuto qualcosa di spaventoso. Là fuori, l'argine aveva ceduto e l'acqua, una violenta cascata di fango, stava riempiendo le strade e conquistando ogni spazio disponibile. Le vetrine si frantumarono in mille pezzi. Non avemmo nemmeno il tempo di gridare, ci ritrovammo immersi fino alle cosce. Le sedie, un tavolino, i documenti della contabilità e il telefono mi galleggiavano intorno. Le auto si muovevano lente e disordinate davanti alla porta come se il fiume avesse ormai inghiottito tutta la strada.</em> [p.46]</p>\n<p><em>La pioggia non aveva dato tregua dalla mattina. Le strade iniziavano ad allagarsi e le sirene dei mezzi di soccorso invadevano l’aria ovattata.</em> [p.98]</p>\n<p><em>Diversi mesi dopo, Genova fu ferita da una delle alluvioni più feroci della sua storia e tutti noi avremmo impiegato un po' a ritornare alla normalità, ad accettare la fragilità della nostra terra e a smettere di piangere il sommozzatore morto quel pomeriggio mentre tentava di soccorrere una coppia.</em> [p.115]</p>\n<p><em>Poi arrivò quel maledetto giorno. Ci richiamarono tutti. La città sembrava immobilizzata davanti all’orrore. Le notizie strisciavano nelle nostre tasche insieme ai telefoni che ci vibravano addosso. Il capitano ci divise in squadre. Stringeva i denti mentre la preoccupazione gli velava gli occhi. Eravamo solo uomini buttati in un inferno fatto d’acqua. Io ed Enrico raggiungemmo insieme alla nostra squadra il geto del fiume principale. Non esisteva più. L’acqua era arrivata ormai fino ai primi piani dei palazzi e tutto, ma proprio tutto si era messo a galleggiare.</em> [p.145]</p>\n<p><em>E il volto si riempì di lacrime annegate dalla pioggia che sembrava non volerci dare tregua. Fissavo le case che non riconoscevo più. Non c’era più cielo. Non c’era più la città. </em>[pp.147-148]</p>\n<p><em>In quel momento, pieno di suoni di sirene, grida di sollecito e il frastuono dell’acqua che continuava a scorrere, si poteva udire solo silenzio. </em>[p.148]</p>\n<p>Nella notte del <strong>4 novembre 2011 </strong>si innesca un sistema temporalesco che a fine mattinata raggiunge Genova. In poco tempo i corsi d’acqua di Genova – Sturla, Bisagno e il suo affluente Fereggiano – esondano. I lunghi tratti tombati dei torrenti genovesi non sempre riescono a contenere le piene. È il caso del rio Fereggiano, le cui acque, in parte ostacolate nel deflusso dalla contemporanea piena del Bisagno, fuoriescono con violenza all’imbocco della tombatura, travolgendo tutto quello che incontrano e causando la morte di 6 persone.</p>\n","value":"<p><strong>Sara Rattaro, Sul filo dell’acqua, Solferino 2020</strong><br />\r\n<br />\r\n<em>A Genova. Siamo gente di mare, vittime dell’acqua, prudenti come rettili ma onesti come colombe. &nbsp;<br />\r\nPoi arrivò quel maledetto 4 novembre, tutta quell'acqua, quel sommozzatore che mi portò in salvo lasciando da solo il suo collega, e la voglia di annegare nella mia solitudine. </em>[p.16]<br />\r\n<br />\r\n<em>Quando la mia macchina rimase incastrata tra un muro e un albero, come se cercasse di ancorarsi prima del naufragio, riuscii a scendere</em>. 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Le strade iniziavano ad allagarsi e le sirene dei mezzi di soccorso invadevano l’aria ovattata.</em> [p.98]<br />\r\n<br />\r\n<em>Diversi mesi dopo, Genova fu ferita da una delle alluvioni più feroci della sua storia e tutti noi avremmo impiegato un po' a ritornare alla normalità, ad accettare la fragilità della nostra terra e a smettere di piangere il sommozzatore morto quel pomeriggio mentre tentava di soccorrere una coppia.</em> [p.115]<br />\r\n<br />\r\n<em>Poi arrivò quel maledetto giorno. Ci richiamarono tutti. La città sembrava immobilizzata davanti all’orrore. Le notizie strisciavano nelle nostre tasche insieme ai telefoni che ci vibravano addosso. Il capitano ci divise in squadre. Stringeva i denti mentre la preoccupazione gli velava gli occhi. Eravamo solo uomini buttati in un inferno fatto d’acqua. Io ed Enrico raggiungemmo insieme alla nostra squadra il geto del fiume principale. Non esisteva più. L’acqua era arrivata ormai fino ai primi piani dei palazzi e tutto, ma proprio tutto si era messo a galleggiare.</em> [p.145]<br />\r\n<br />\r\n<em>E il volto si riempì di lacrime annegate dalla pioggia che sembrava non volerci dare tregua. Fissavo le case che non riconoscevo più. Non c’era più cielo. Non c’era più la città. </em>[pp.147-148]<br />\r\n<br />\r\n<em>In quel momento, pieno di suoni di sirene, grida di sollecito e il frastuono dell’acqua che continuava a scorrere, si poteva udire solo silenzio. </em>[p.148]</p>\r\n\r\n<p>Nella notte del <strong>4 novembre 2011 </strong>si innesca un sistema temporalesco che a fine mattinata raggiunge Genova. In poco tempo i corsi d’acqua di Genova – Sturla, Bisagno e il suo affluente Fereggiano – esondano. I lunghi tratti tombati dei torrenti genovesi non sempre riescono a contenere le piene. È il caso del rio Fereggiano, le cui acque, in parte ostacolate nel deflusso dalla contemporanea piena del Bisagno, fuoriescono con violenza all’imbocco della tombatura, travolgendo tutto quello che incontrano e causando la morte di 6 persone.</p>\r\n"},"field_abstract":null,"field_categoria_primaria":"pagina","field_codice_lingua":false,"fields":{"slug":"/pagina-base/lalluvione-di-genova-del-2011-nel-racconto-di-sara-rattaro/"},"relationships":{"field_sottodominio":{"name":"Eventi"},"field_immagine_anteprima":null,"field_immagine_dettaglio":{"field_alt":"Copertina Rattaro 2011","relationships":{"image":{"localFile":{"publicURL":"/static/cf5c85cf1dde5cdef514288cb01c3e73/rattaro-2011.png","childImageSharp":{"fluid":{"aspectRatio":0.6688963210702341,"src":"/static/cf5c85cf1dde5cdef514288cb01c3e73/ee604/rattaro-2011.png","srcSet":"/static/cf5c85cf1dde5cdef514288cb01c3e73/69585/rattaro-2011.png 200w,\n/static/cf5c85cf1dde5cdef514288cb01c3e73/497c6/rattaro-2011.png 400w,\n/static/cf5c85cf1dde5cdef514288cb01c3e73/ee604/rattaro-2011.png 800w,\n/static/cf5c85cf1dde5cdef514288cb01c3e73/31987/rattaro-2011.png 1000w","sizes":"(max-width: 800px) 100vw, 800px"}}}}}}}}}},"field_video_content":null,"field_immagine_anteprima":{"field_alt":"Evento racconto Rattaro 2011","field_didascalia":"Evento racconto Rattaro 2011","relationships":{"image":{"localFile":{"publicURL":"/static/0537c681fe28d7a1d30be3b185a59725/evento-rattaro-2011.png","childImageSharp":{"fluid":{"aspectRatio":1.5037593984962405,"src":"/static/0537c681fe28d7a1d30be3b185a59725/ee604/evento-rattaro-2011.png","srcSet":"/static/0537c681fe28d7a1d30be3b185a59725/69585/evento-rattaro-2011.png 200w,\n/static/0537c681fe28d7a1d30be3b185a59725/497c6/evento-rattaro-2011.png 400w,\n/static/0537c681fe28d7a1d30be3b185a59725/ee604/evento-rattaro-2011.png 800w","sizes":"(max-width: 800px) 100vw, 800px"}}}}}}}},{"field_evento_timeline_attivo":false,"body":null,"title":"Capita poi che arrivi l'onda anomala, imprevedibile, e che in un'eterna manciata di secondi il logorante cullare del sottosuolo paralizzi la memoria","field_titolo_esteso":"Capita poi che arrivi l'onda anomala, imprevedibile, e che in un'eterna manciata di secondi il logorante cullare del sottosuolo paralizzi la memoria","field_data_evento":"2009-04-02T16:52:40+02:00","relationships":{"field_link_evento_timeline":{"field_link":null,"relationships":{"field_link_interno":{"__typename":"node__page","title":"Il terremoto dell’Abruzzo del 2009 nel racconto di Titti Consalvi ","field_titolo_esteso":"Il terremoto dell’Abruzzo del 2009 nel racconto di Titti Consalvi ","body":{"processed":"<p><strong>Titti Consalvi, Era cinquepuntootto, Aquilano, in a cura di, Trema la terra, NEO Edizioni 2010</strong></p>\n<p><em>C’erano nate. Cresciute. Vissute e bevute. L'Aquila era incastonata nel ventre molle della Dorsale Appenninica, protetta da un Gigante di Pietra e una Donna Dormiente, dai quali traeva la sua docile rigidità. Si diceva che all'Aquila ci fossero più salite che discese, e che il paradosso fosse dovuto al continuo fluttuare delle bolle d'aria sulle quali galleggiava la sua - poco - terraferma. L’introversa e instabile conformazione geo-urbanistica dell'insediamento e la fin troppo esperita ciclicità storica di fasti e miserie, l’avevano convinta a rifiutare per onestà intellettuale il panta rei e a giurare fedeltà incondizionata all'immota manet, consacrandosi come città senza tempo né spazio. Al massimo città di momenti ed epicentri, a volte distrutta dalla sua stessa magnitudo.</em></p>\n<p><em>Difficile chiedere alla giovane popolazione autoctona di restare intrappolata in questa città dell'eterno presente, impossibile impedirle di tornare, dopo innumerevoli deviazioni ed errori. Per questo figli, amici, amanti e conoscenti, un po' per necessità di fuggire, un po' per piacere di evadere, partivano e tornavano, tornavano e ripartivano, sicuri di trovare L'Aquila sempre lì, al loro ritorno, impassibile tanto agli infiniti inverni artici quanto alle fulminee estati africane. La città intanto, certa che fughe e ritorni si sarebbero trasformati in soste permanenti, osservava le sorti del mercato mattutino di Piazza Duomo e le derive della Movida nottambula del Corso, con la stessa benevolenza che una madre ha verso i suoi numerosi figli. </em>[p.227]</p>\n<p><em>Così ci si abituava alle scosse. Fin dalla prima, con l'incrollabile speranza che fosse l'ultima. Ed invece era sempre la penultima.</em></p>\n<p><em>Perché ogni onda ne richiama un'altra, e via di seguito, così, sempre uguali e sempre diverse: quelle che fanno trattenere il fato, quelle che obbligano a sprecarne, quelle che non si percepiscono quelle che si dimenticano, quelle che fanno confondere anche laddove non esistono scuse o dubbi, quelle che umiliano la buona fede e crepano un po' di più le difese; tutte comunque, indistintamente, come la goccia che scava la roccia, lambiscono l'anima, s’increspano sul corpo, s'infrangono sulla mente.</em></p>\n<p><strong><em>Capita poi che arrivi l'onda anomala, imprevedibile, e che in un'eterna manciata di secondi il logorante cullare del sottosuolo paralizzi la memoria</em></strong><em>. Di chi si scioglie con le proprie mura. Di chi ne rimane insoluto. E malgrado tutto continua a camminare, perché a nessuno arriva mai qualcosa che non sia in grado di sopportare. Allora, qualsiasi cosa intorno, che sia ferma o che si muova, è ancora nuova e già familiare, e lo spazio e il tempo in impercettibili lampi di perfezione oscurano la relatività degli eventi e illuminano l'assolutezza della Vita. Allora non importa che tutto sia fermo se sei tu a tremare, e non importa quanto forte fuori tremi, se tu sei inamovibile dentro. Sei lì con te stesso e il tuo mantra più o meno consapevole è Frangar non flectar, e sai che se qui ed ora ti senti vinto, domani non sarai domo, e che la tua città dolente non è perduta perché eterna nella tua mente. In quel luogo che tutto può scuotere con un'idea ferma.</em></p>\n<p><em>Ora che Medea ha assassinato e Didone si è annientata, ora che Penelope ha atteso invano e Cassandra non è stata ascoltata, è la Città Psichica a dover aprire gli occhi e a scegliere consapevolmente, tra falchi e colombe, di essere L'Aquila.</em></p>\n<p><em>6 aprile 2009.</em></p>\n<p><em>Ora 03:32:39.</em></p>\n<p><em>Latitudine 42.334.</em></p>\n<p><em>Longitudine 13.334.</em></p>\n<p><em>Profondità 8,8 km.</em></p>\n<p><em>Era cinquepuntootto, Aquilano </em>[pp.245-6] </p>\n<p>Alle 3.32 del <strong>6 aprile 2009</strong>, dopo una sequenza sismica durata quattro mesi, una forte scossa di magnitudo 6.3 colpisce il territorio aquilano e abruzzese. Il terremoto provoca 309 vittime e oltre 1500 feriti, soprattutto nel capoluogo e nella frazione di Onna. 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Ora stiamo insieme, noi tre soli nell’appartamento assegnato. È nostro nipote, mio e di mia madre.</em></p>\n<p><em>Non avevamo bisogno del terremoto. Ognuno possedeva già i suoi dolori. </em>[pag.6]</p>\n<p><em>Avevo già paura, la sera del 5 aprile. Mia madre la sentiva nel telefono, ha detto: vieni a dormire qui, al paese. Allora le ho chiesto io se era spaventata, giocando sull’equivoco. No, lei no, fino a quando non le ha tolto la figlia, era disposta a inserire il lungo terremoto nel catalogo delle tante avversità databili della sua vita, come la neve del ’56 che li aveva lasciati senza pane, o la polmonite dell’82, che non passava mai. <strong>Anche il terremoto non guariva, era un’epilessia profonda della terra insorta da un momento all’altro e non smetteva più</strong>. Sotto di noi le convulsioni si ripetevano da mesi, senza uno schema, una regolarità, ora più intense, ora appena percettibili, secondo una sequenza disordinata e snervante. A volte una pausa più protratta dopo una scossa ci illudeva fino alla successiva, più forte dell’ultima. </em>[pag.71]</p>\n<p><em>Cantavano gli uccelli notturni, uno in particolare ripeteva sempre lo stesso chiù monotono. Ho creduto di riconoscere l’assiolo, una volta Roberto ci aveva detto che il suo verso è un Mi bemolle. Nemmeno il tempo di chiedermi che ci facesse un assiolo in centro, hanno taciuto, tutti insieme. Quasi nello stesso istante si sono messi ad abbaiare i cani, in coro, a cerchio, dai palazzi e più lontano, dalle campagne e dalle frazioni della città. Davano l’allarme per quello che arrivava, nella loro lingua inascoltata. Confusa tra le altre, la voce di Bric da Onna latrava contro la resistenza del suo padrone e io non ne sapevo niente. Di colpo mi ha investito dura l’aria, non il vento, una massa compatta di aria percossa. Sono rientrata con un salto ed è cominciato. </em>[pag.75]</p>\n<p><em>È morta del suo ritardo. Il frastuono si era attenuato, reso elastico dal moto ora ondulatorio della casa che non sussultava più. Qualcuno aveva diminuito la velocità del frullatore matto che ci conteneva………Nel silenzio precario strideva un rumore discontinuo di corda tesa fin quasi allo strappo, un attrito di mille denti arrotati in qualche punto delle murature sconvolte, verso l’alto. Avrei capito più tardi che si trattava della trave maestra, prossima ad abbattersi. Già in bilico, aspettava Olivia…Sul primo gradino lei mi ha ceduto il passo accompagnandomi la schiena con il gesto e la voce: scendi insieme a lui, presto. E tu? – mi sono fermata. – Prendo solo due cose e arrivo, vai con Marco. Il nome del figlio è stata la sua ultima parola. </em>[pag. 83-84]</p>\n<p><em>Ogni notte tento di scardinare l’irreversibile, girando nella mente finali alternativi. Di solito obbligo la trave alla resistenza grazie ai lavori di rinforzo che l’ingegnere della mia fantasia, più prudente di quello vero, ha fatto eseguire. Oppure crolla un attimo dopo che Olivia ci è passata sotto, con i pantaloni e le scarpe del figlio in mano. O rimango io coraggiosa a prenderli e mando avanti lei a salvarsi con Marco. Potevamo scambiarci la morte, come ci siamo sempre scambiate i vestiti, i libri, le occasioni. </em>[pag. 95-96]</p>\n<p><em>L’Aquila, novantanove chiese, novantanove piazze e novantanove gru. Di quello che gli aquilani si portano dentro nessuno parla. [pag.182]</em></p>\n<p>Alle 3.32 del <strong>6 aprile 2009</strong>, dopo una sequenza sismica durata quattro mesi, una forte scossa di magnitudo 6.3 colpisce il territorio aquilano e abruzzese. Il terremoto provoca 309 vittime e oltre 1500 feriti, soprattutto nel capoluogo e nella frazione di Onna. 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Qualcuno aveva diminuito&nbsp;la velocità del frullatore matto che ci conteneva………Nel silenzio precario strideva un rumore discontinuo di corda tesa fin quasi allo strappo, un attrito di mille&nbsp;denti arrotati in qualche punto delle murature sconvolte, verso l’alto. Avrei capito più tardi che si trattava della trave maestra, prossima ad&nbsp;abbattersi. Già in bilico, aspettava&nbsp;Olivia…Sul primo gradino lei mi ha ceduto il passo accompagnandomi&nbsp;la schiena con il gesto e la voce: scendi insieme a lui, presto. E tu?&nbsp;– mi sono fermata. –&nbsp;Prendo solo due cose e arrivo, vai con Marco.&nbsp;Il nome del figlio è stata la sua ultima parola.&nbsp;</em>[pag. 83-84]<br />\r\n<br />\r\n<em>Ogni notte tento di scardinare l’irreversibile, girando nella mente finali&nbsp;alternativi. Di solito obbligo la trave alla resistenza grazie ai lavori di&nbsp;rinforzo&nbsp;che&nbsp;l’ingegnere della mia fantasia, più prudente di quello vero, ha fatto eseguire. 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